
di Loris Campetti
Fare un giornale di sinistra, indipendente da potentati e partiti. Un giornale curioso che va a guardare i cambiamenti, capace dunque di vedere ma anche di sognare, cioè di contribuire a costruire progetti. Oggi un giornale così è più difficile da farsi che in passato, quando le sinistre esistevano ed erano forti nella politica, nel sindacato, nell’associazionismo, nella società.
Dove sono le sinistre nel 2009? Disperse, rissose, frantumate e, soprattutto, senza idee da contrapporre alla cultura dominante. Il discorso vale non soltanto per i coriandoli di sinistra sopravvissuti alle scissioni, ma per tutte le forze di opposizione parlamentare che di sinistra non sono, né rivendicano tale collocazione.
E’ inevitabile che di questo si parli – di quale manifesto fare in questa congiuntura – in una riunione con i compagni e le compagne che in questi anni si sono spesi per tenere in vita il nostro quotidiano. L’hanno fatto – ci hanno detto sabato scorso in un incontro in redazione – anche perché così sono riusciti a tenere in vita se stessi, il loro impegno e le loro battaglie nel territorio.
In molti sono venuti a Roma nonostante la Federazione della stampa avesse preso la decisione, ben poco condivisa, di rinviare per lutto la manifestazione per la libertà dell’informazione. Come se le libertà e le guerre non fossero connesse, si è detto in più interventi, al punto che la libertà d’informazione è la prima vittima di ogni guerra.
Sono arrivati da Alessandria, Asti, Domodossola, Padova, Milano, Firenze, Ancona, Fermo, Montegranaro, Roma, l’Aquila, Salerno, Cagliari, mentre l’incontro con i pugliesi, liguri, friulani, trentini, umbri, siciliani, emiliani e via manifestando è soltanto rinviato.
Il manifesto non è immune dalla crisi anche culturale che attraversa la sinistra. Ci si chiede più autonomia nella formulazione dell’agenda politica e più inchiesta nei territori, indispensabile per un’analisi della società italiana e un contributo «meno ondivago e più impegnato» a ricostruire una cultura di sinistra, plurale ma unita da un’agenda e obiettivi comuni – solo per fare un esempio: il blocco dei licenziamenti.
L’unità si fa sui contenuti e non appiccicando i coriandoli rimasti dall’implosione delle forze politiche espulse dal parlamento. Anche nel giornale si percepiscono processi di federalizzazione dei temi e delle sezioni di lavoro, che rende più difficile individuare il nostro punto di vista. Molte iniziative e campagne che facciamo dovrebbero avere maggiore continuità, come quella contro la militarizzazione dell’Aquila terremotata.
Tre i nodi su cui riconnettere il lavoro della redazione e rivitalizzare il rapporto tra il giornale e chi lo legge e sostiene: lavoro, pace, immigrazione e diritti. Come mettere in rete i tanti compagni, gruppi e circoli legati al manifesto? Come valorizzare le oltre 200 assemblee che si sono svolte in tutt’Italia negli ultimi due anni, per continuare a far volare il calabrone? Come capitalizzare il «marchio manifesto» come casa comune, luogo di confronto e costruzione di iniziative politiche e sociali?
Infine: come tenere in vita il giornale? Sottoscrizioni parmanenti, una campagna abbonamenti coraggiosa e «militante», un sito – il manifestonline – rinnovato, come punto di accumulazione di informazioni, relazioni politiche e sociali, potenziali nuovi lettori del giornale cartaceo.
Poi, rilanciare la nostra antica provocazione, oggi copiata anche dall’Unità: compra due copie al giorno, una lasciala sul tram, al bar, in ufficio. I nostri sostenitori dovrebbero sostituire con il loro lavoro volontario quel che da Roma non riusciamo a fare per controllare la distribuzione del giornale. Come avviene già in alcune località, da Roma a Campobasso, tornare alla diffusione militante davanti alle scuole e nei posti di lavoro, alle manifestazioni e assemblee. Trasformare la campagna abbonamenti in un’occasione di lavoro politico nei territori.
Tutte queste cose dovrebbero fare i nostri amici, e inoltre fornirci idee e notizie di processi politici e sociali unitari, in cambio di niente? No, in cambio del manifesto, uno strumento da criticare e sostenere per fare politica. Non un partito, semmai uno spartito per cantare in coro, tante teste e tante gambe che facciano camminare le idee e socializzino le esperienze. Un cemento per tenere insieme i mattoni di una nuova casa comune a sinistra, l’embrione di un pensiero politico.
Questo e altro ci siamo detti e ripromessi sabato a Roma. E’ stato solo l’inizio, positivo, di una stabilizzazione di rapporti tra il manifesto e i suoi azionisti di riferimento.