Un “nuovo… mondo” a Piazzale Azzolino
15 12 2009Commenti : Lascia un commento »
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Le “piccole” storie raccontano l’Italia
20 11 2009di Oliviero Beha
da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2009
http://antefatto.ilcannocchiale.it
La prima fitta l’ho provata nel gennaio 2008: il “giallo” dei semafori photored sulle foto e le multe ai semafori dilagato in tutta Italia. Ma non me ne ero occupato nel 2004 con una campagna informativa durata settimane? La seconda è del giugno successivo: lo scandalo della Santa Rita, ”la clinica degli orrori”. Questo nome non mi era nuovo… Già nello stesso 2004 l’avevo trattata alla radio nell’ultima stagione prima della censura totale Rai. La terza nel settembre scorso, quando in un convegno a Castrolibero (Cosenza) davanti a Loiero e company si alza un amministratore locale e dice all’incirca indicandomi “devo ringraziare Beha che alcuni anni fa cominciò a parlare alla radio delle navi dei veleni”. La quarta fitta è di queste settimane in cui il Virus A H1N1 miete vittime, panico, titoli e trasmissioni televisive: nel 2001 tentai una ripetuta rassegna di informazione sui vaccini in generale, e la comunicazione su di essi in particolare, a Radio a colori. La quinta… Potrei continuare, naturalmente. Fino alla vicenda segnalatami via Internet ieri mentre scrivevo questo articolo: “…a Niscemi, in provincia di Caltanissetta nella contrada Ulmo, un’area boschiva sottoposta a vincolo S.I.C. (Sito d’interesse comunitario), ad appena tre chilometri dal centro abitato si vuole costruire un’antenna MUOS (Mobile User Obiect System) ad altissime frequenze UHF (parte del sistema militare statunitense di comunicazioni satellitari). L’antenna dovrebbe essere attivata nel 2011. Una volta messa in funzione, produrrà onde elettromagnetiche con effetti devastanti per la salute: rischi di tumore, leucemie, malformazioni genetiche, anche a distanza di decenni. Nello stesso sito esistono già dal 1991 oltre 40 (quaranta!) trasmettitori a sistema elicoidale UHF di varia grandezza e potenza…”.
Tante storie, troppe storie che non vengono raccontate, la realtà italiana che invece dovrebbe essere indagata, verificata, discussa e tradotta in modo comprensibile per un’opinione pubblica ormai quasi completamente imbalsamata cui è stato fatto credere che le storie non contino. Non conti la storia del piccolo Daniele, anche se appassiona tutti gli italiani di buona volontà, che siano genitori oppure no, non contino la sfilza di vicende che ho appena accennato e che hanno riempito dodici anni della mia attività professionale quotidiana alla radio. Da quando nel 1992 mi ritrovai a fare indagini su un cerotto ritrovato nel pane da un ascoltatore – un’inezia che permetteva però di discutere della panificazione in questo paese –, per finire con campagne che negli ultimi anni, fino alla chiusura-clausura-censura del 2004 hanno costretto Tronchetti Provera a presentarsi in Senato per rendere conto dello “scandalo 709”, “Trojan Horse” e varia disumanità telefonica.
Ma le fitte cui mi riferivo non riguardano soltanto il mio dispiacere per non poter essere più utile in quel modo. Succede… Per esempio confido molto in questo giornale e nella sua sensibilità e capacità del tutto “politiche” nel senso migliore, etimologico del termine, di riannodare la realtà dal basso, appunto a partire da “queste storie”. Come si dice, non c’è solo Zorro… Le fitte sono piuttosto i sintomi di disagio nell’aver seguito in questi anni il precipizio di un’informazione che sembrava aver rovesciato la piramide. Per terra, a stretto contatto dei media meglio se offerta in pasto come bocconcini succulenti e pepati, spessissimo finti, la cuspide della politica, dell’economia, della finanza, di un vippume da pescheria ma senza il pesce fresco. Il tutto quasi sempre irrelato dalle storie, lasciate invece in alto, praticamente invisibili e comunque sospese, quasi che le storie, i fatti, le vicende fossero un fastidio insopportabile per i gestori del paese. L’importante era non parlarne, non dare troppo spazio, troppa evidenza, troppa comprensibilità al quotidiano, alla vita della vita se mi si passa questo slogan, ossia esattamente il contrario di ciò che sarebbe alla base di un’informazione degna di questo nome. Certo, Cogne ed Erba si vendono bene, meglio di un’informazione preventiva sulle antenne di Niscemi, ma Cogne ed Erba sono assurti a simbolo dell’unica cronaca possibile o quasi, quella appetibile una volta “cinematografica” e oggi squallidamente “televisiva”. I morti sul lavoro per esempio non sono televisivi e costituiscono un impiccio, una chiamata di correo o almeno di responsabilità su un piano pragmatico che non si vuole di solito affrontare. Meglio una tabella di vittime da aggiornare. E, invece, modi per parlarne ce ne sono, se solo si vuole.
Certo, non è possibile per tutto ciò fissare un colpevole a priori. E’ impensabile partire con il pregiudizio che “sia tutta colpa di Berlusconi” anche quando, magari stranamente, non c’entra. La realtà delle storie se ne fotte della politica e arriva a colorarsi di politica solo nelle sue interpretazioni. Ma il punto è che oggi sul tavolo dell’informazione ci sono rimaste quasi soltanto le interpretazioni.
Nelle mie trasmissioni radiofoniche per tutti questi anni ho privilegiato segnalazioni dal basso, indagini giornalistiche preventive, chiamate di responsabilità presunta senza guardare in faccia nessuno, né governo né opposizione né amministratori locali di qualunque parrocchia. La diretta si incaricava di mostrare delle parti come in un teatro radiofonico, dal suddito-cittadino in balìa dei soprusi all’eventuale identificazione del responsabile. Una drammaturgia semplice: chi ti raccontava la sua storia cercando giustizia o almeno informazione pubblica su qualche “delitto”, chi veniva chiamato direttamente in causa, la mediazione giornalistica della radio, di una redazione che non parteggiava per nessuno, di un conduttore che si assumeva tutti gli oneri del maggior equilibrio possibile. Intanto, “fuori”, montava l’onda del cicisbeo subpolitico, della recita di attori spesso neppure protagonisti della politica politicante avulsi dalla platea, di un teatro che rischiava sempre di più di andare a fuoco. A proposito, mi sono occupato anche del Petruzzelli di Bari…
L’ultima fitta, la più intensa, è per i destinatari di questo tipo di lavoro, gli ascoltatori-telespettatori-lettori che cominciano a pensare che con questa politica e con questa informazione non ci sia più niente da fare e tanto vale fregarsene nella rassegnazione complice. Sbagliano, forse la teoria si è ormai definitivamente impantanata, ma le storie sono capaci per loro vigore intrinseco di uscir fuori dalla melma. Basta prestare loro attenzione “pulita”, non tarata pregiudizialmente dall’uso che se ne intende fare speculandoci sopra.
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Quale Paese
3 11 2009
Mi viene chiesto di raccontare questo Paese. Evitando l’utilizzo della mia coscienza, pena censure o intimidazioni. Un Paese infangato da una classe politica preda dei propri ossimori: così inerte nelle proposte e nelle soluzioni, così comunicante con ogni forma di corruzione. Dentro gli ospedali, dentro le sedi istituzionali, dentro un universo che una volta, in questo territorio, chiamavamo orgogliosamente fabbrica.
Si fa fatica a riconoscerlo, il Paese, travolto da un onda di intolleranza senza più gradazioni di colore. Perché tutti i nemici risultato uguali di fronte alla demenza dell’uomo. Anche chi, senza lavoro e dignità, del proprio portafogli ricorda a malapena l’odore. Stranieri e sopravvissuti alla crisi: i bersagli di un millennio che sta frantumando conquiste sociali e culturali.
Ma è proprio quello il Paese che si rivela nelle mie incursioni di carta. Il Paese che sento più vicino, che garantisce un respiro ad una professione senza rotta. Sul filo del telefono, sulla rete, le sollecitazioni non accennano ad arrestarsi. Organizziamoci, facciamo emergere storie e notizie ai confini: sono istanze, le vostre, che rimetto in circuito. In questo Paese.
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Capitalism: A Love Story
29 10 2009
Da venerdì 30 ottobre presso la Sala degli Artisti di Fermo proiezione del film ‘Capitalism: A Love Story’ di Michael Moore con i seguenti orari:
Venerdì: 20.00 – 22.30
Sabato: 17.30 – 20.00 – 22.30
Domenica: 15.00 – 17.30 – 20.00 – 22,30
Lunedì chiuso
Martedì – Mercoledì – Giovedì: 21.30
CAPITALISM: A LOVE STORY
A vent’anni esatti dal pionieristico ‘Roger & Me’, il nuovo film di Michael Moore ‘Capitalism: A Love Story’ ritorna sulla questione esaminata dal regista nel corso di tutta la sua carriera: gli effetti disastrosi prodotti dal dominio delle grandi aziende sulla vita quotidiana degli abitanti degli Stati Uniti e del mondo intero. Ma stavolta il colpevole è molto più grande della General Motors, e la scena del crimine molto più ampia di Flint, Michigan. Mescolando l’umorismo all’indignazione, Moore esamina la tormentosa questione del prezzo pagato dall’America a causa del suo amore per il capitalismo. Quel che emerge sono i sintomi fin troppo noti delle storie d’amore andate a rotoli: menzogne, violenze, tradimenti… e 14.000 posti di lavoro distrutti ogni giorno.
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Pacchetto (In)Sicurezza
9 10 2009
Sabato 10 ottobre, alle ore 16.15 presso la Sala dei Ritratti (Palazzo dei Priori) di Fermo, un coordinamento antirazzista costituito da vari partiti, associazioni e sindacati ha organizzato una conferenza pubblica per discutere sul grave problema della xenofobia crescente nell’opinione pubblica italiana, ora sancita giuridicamente dal cosiddetto “pacchetto sicurezza” varato dall’attuale governo, che costituisce il coronamento di una legislazione italiana indirizzata sulla via dell’istituzionalizzazione del razzismo.
Alla conferenza interverranno Enrico Belloli dell’Associazione Naga e Piero Soldini, responsabile immigrazione della CGIL nazionale. Apriranno l’iniziativa i saluti dell’Assessore alla Cultura della Provincia di Fermo, Giuseppe Buondonno, ed il reportage fotografico di Daniele Maurizi sulla condizione dei braccianti immigrati nelle pianure pugliesi, accompagnato dalla lettura di un brano di Angelo Ferracuti. Coordina Andrea Braconi.
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Fino a quando?
29 09 2009
Fonte: Post.it su www.corrierenews.it
Fino a quando? Lo stallo del Consiglio Comunale di Fermo, interrotto da qualche colpo di coda degli aficionados del Sindaco, ha superato persino i connotati di farsa. Da più parti, all’interno della maggioranza e persino dai corridoi di via Mazzini, si prosegue nella “missione impossibile”: la ricerca di risposte. E di scelte.
Gli organi istituzionali, già derubricati a mera formalità, assomigliano più a passerelle mediatiche, dove il pidiellino di turno (e di corrente), insieme a qualche frammento civico, alza la voce per ritornare nei ranghi in un batter di ciglio.
Preoccupa il fatto che la città non accenni alcuna reazione a questo scempio, fatte salve le doverose rimostranze delle forze di opposizione. Nel numero di settembre del Corriere News avevamo lanciato (provocatoriamente) l’invito a “costruire il capoluogo”, ripartendo dagli ultimi 20 anni.
Perché restiamo convinti che l’intervento più significativo non possa essere rappresentato dalla sistemazione di qualche metro cubo in più di asfalto o cemento, ma sia piuttosto un progetto capace di ricucire il tessuto sociale e culturale di una realtà che, legittimamente, ambisce ad una posizione di prestigio nel panorama nazionale ed internazionale.
Ma fino a quando, continuiamo ad interrogarci, saremo capaci di negarci anche questa prospettiva, distruggendola?
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Un giornale dei lettori e per i lettori
29 09 2009
di Andrea Braconi (fonte: www.corrierenews.it)
Per Luca D’Aprile la presenza nel Consiglio di Amministrazione de Il Fatto Quotidiano, diretto da Antonio Padellaro, è il completamento di un percorso professionale. “Gestisco aziende di vario genere a livello merceologico – spiega il giovane consulente fermano – ma l’editoria mi mancava”. Una bella diversificazione, nata dalla conoscenza con la persona che ha avuto l’idea di far nascere il giornale. “Diciamocelo francamente: per me sarebbe stato impossibile partecipare ad un’operazione editoriale legata ad un qualsiasi giornale affermato. Ma trattandosi di uno start up è stato molto più semplice condividere il progetto. Ci siamo trovati con Antonio e ne ho sposato la causa sin dall’inizio”.
La causa di un giornale che non riceve alcun contributo pubblico.
“Assolutamente. Non riceviamo contributi pubblici, non siamo iscritti ad associazioni parlamentari e partitiche. La nostra è una scelta di libertà. Vera.”
Le accuse di un legame a doppio filo con l’IDV di Di Pietro vanno rispedite al mittente o hanno un fondamento?
“Vengono totalmente rispedite al mittente. Basta leggere Il Fatto: i nostri giornalisti sono stati molto duri nei confronto dell’Italia dei Valori. Non c’è alcun legame di alcun genere. E’ chiaro che questo è un giornale che si caratterizza per una fortissima opposizione al Governo Berlusconi, così come è chiaro che anche l’IDV esprime una sua forma di protesta. Poi, per alcune cose si va d’accordo, per altre no. Essere in sintonia con alcune posizioni di Di Pietro non significa che questo è il giornale dell’IDV. Tra l’altro, non abbiamo la vena populistica che anima il suo partito.”
Qualcuno ha storto il naso per la cospicua presenza di articoli relativi a questioni giustiziarie, a discapito di altre tematiche come ambiente e lavoro.
“Al momento questa accusa può anche essere raccolta. Basta sfogliare le pagine. Dopodiché, la linea del giornale non è quella di sposare per forza la cronaca giudiziaria o, come dicono in tanti, quella giustizialista. Vi sono già sensibilità su problematiche ambientali, di politiche economiche slegate dalla grande finanza, tematiche che emergeranno nel corso del tempo. E’ chiaro che nel momento in cui partiamo l’opposizione al Governo Berlusconi si sta configurando per i fatti che stanno avvenendo del Paese, che portano ad esprimere posizioni su certi argomenti. Ma ripeto, le nostre ampie sensibilità emergeranno. Questo mi sento di confermarlo al cento per cento.”
L’informazione, vedi anche i tumulti in casa Rai, vive una stagione di fortissima pressione, soprattutto da parte della sfera politica. Quello che avete deciso di far nascere voi è invece un giornale dei lettori e per i lettori.
“Si, con la possibilità, perché ne stiamo già parlando, di aprire la società anche alla partecipazione. Una sorta di azionariato diffuso. E’ una scelta molto innovativa. Il nostro è un giornale che nasce con pochissime risorse ma che si sta autofinanziando grazie al calore dei lettori. Consideriamo che quando siamo partiti il primo business plan prevedeva un punto di pareggio a 3.000 abbonamenti e 9.000 copie vendute in edicola. Oggi i 3.000 abbonamenti sono diventati più di 30.000 e lo erano prima dell’uscita del giornale, quindi assolutamente sulla fiducia, nessuno aveva visto un pezzo di carta. Inoltre, le vendite sono ampiamente superiori al punto di pareggio. Oggi, a parte le tirature record dei primi giorni, tra le 100.000 e le 200.000 copie, ci assesteremo alle 30.000-40.000 copie che permetteranno al giornale di avere una gestione anche dal punto di vista aziendale molto positiva.”
Il Fatto ha scelto un percorso inusuale, con un primo lancio online ed una successiva uscita in edicola.
“Abbiamo anticipato di tantissimo l’uscita del giornale, volutamente. Ed abbiamo lanciato i primi abbonamenti intorno al 10 luglio, poi la campagna è continuata per tutta l’estate, ben prima dell’uscita del giornale. C’è un interesse enorme, rimarcato dal blog. La risposta positiva è dettata da una forte attesa.”
Che prospettiva si ha dall’interno del CdA?
“La mia è un’esperienza esaltante. E comunque lo è come consigliere di amministrazione, per cui tengo ampiamente netta la separazione, che in Italia non c’è più, tra la gestione della società editoriale e la linea editoriale. Io mi occupo della gestione del giornale, per far quadrare i conti. Certo, fare impresa accanto a certe firme è particolarmente stimolante.”
Un’ultima considerazione sulla linea editoriale.
“Padellaro lo ha scritto nel fondo del primo numero: la linea è la Costituzione. Se chi governa non rispetta i principi costituzionali, noi ci opporremo in modo intransigente, anche rispetto al tema della legalità. La Costituzione non è carta straccia e se si va a rileggerla, probabilmente ci stiamo muovendo come sistema Paese in una maniera totalmente sbagliata. Pensiamo all’immigrazione, alla politica economica, fino ai fatti di cronaca giudiziaria. Sotto questo profilo, stiamo sollecitando in maniera forte Napolitano sulla questione dello scudo fiscale. Si può discutere se lui abbia potere di farlo, non promulgando la legge, ma dietro c’è una evidente violazione di un principio costituzionale dal punto di vista della equità tributaria. Non siamo affatto giustizialisti. E se per ottenere questa equita dobbiamo farlo in modo inusuale, andando a tirare per la giacca il Presidente della Repubblica, lo facciamo. Senza alcun timore.”
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Il Fermano, un luogo di famiglia
24 09 2009
Lo definisce un dramma noir con lati un po’ umoristici. Gli ultimi ritocchi alla sceneggiatura e l’attesa per qualche finanziamento last minute. Dopo il rumore mediatico per le tre nominations del cortometraggio “English Lessons” al Babelgum Online Film Festival, presieduto da Spike Lee, Alessandro Piersimoni si prepara a realizzare nel territorio il suo primo lungometraggio. “The family place” il titolo.
“Il cortometraggio era un esperimento – spiega al Corriere News il 38enne regista fermano, da anni residente all’estero – per lavorare su tutti gli aspetti della produzione di un film: scrittura, regia, cinematografia, camera, musiche, montaggio ed audio. “English Lessons” e’ sempre stato parte del lungometraggio “The Family Place”, l’ho solo estrapolato e modificato per renderlo fruibile nella forma di corto. Non avevo particolari ambizioni per il film, per via dell’esperimento, ma al concorso è andata piuttosto bene, risultando il più votato e ricevendo le nominations da Spike Lee e la sua giuria.”
Cosa c’è dentro “The family place”?
“Il film è il racconto di tre aspiranti scrittori alla ricerca di ispirazione per le loro storie. Tre personaggi diversi, che non si conoscono, che percorrono un unico viaggio, quello alla scoperta di se stessi. Lungo il percorso le loro storie si incroceranno in un locale burlesque dove si innamoreranno di una ballerina, enigmatica, affascinante e sensuale. Un noir, dove lo spettatore segue il dipanarsi delle loro avventure fino al colpo di scena finale.”
Sarà un film interamente ambientato nel Fermano?
“Così voglio che sia. In molti casi un film rappresenta il gusto e le esperienze dell’autore. Sono nato e cresciuto qui. Poi ho vissuto tutta la mia carriera in pubblicità in giro per il mondo e ora che giro films di base negli Stati Uniti. Di conseguenza i miei personaggi riflettono questo stato: mescolano i miei tratti tipici e l’eccentricità straniera. Per me il luogo è molto importante e sento il Fermano come il cuore di questo film. E poi un noir che si mescola ad una marchigianità “internazionale” è qualcosa che ho voglia di vedere sullo schermo. Senza dimenticare che i nostri luoghi sono di grande bellezza ed il Fermano ha una sua tipicità unica. I luoghi del film saranno in esterna ed interni a Fermo, Monterubbiano, Porto San Giorgio, Torre di Palme e probabilmente Falerone. Si vedranno le città, i luoghi. E il territorio. I sindaci e gli assessori alla cultura, cosi’ come le amministrazioni, provinciali e regionali, si sono dimostrati estremamente disponibili, supportando il progetto immediatamente.”
Che tempi ha una produzione simile?
“Molto probabilmente tra fine settembre e primi di ottobre, ma è tutto da decidere. La data potrebbe spostarsi. In linea di massima dovrei impiegare quattro settimane, un periodo abbastanza concentrato.”
Ci sono imprese marchigiane che supportano la produzione del film o fanno product placement?
“Stiamo attivamente parlando con imprenditori locali. Sono molto aperto a lavorare con aziende locali ed ove ci sia un loro supporto, ad integrare cose di gusto nel film. A me piace vedere che se un personaggio porta un paio di scarpe, non è solo per far vedere il marchio, ma quelle hanno un qualche valore e significato per il lui. Così come per noi nella vita reale. E quindi non è product placement, ma diventa parte attiva e di valore per il personaggio. Nel film ci sono caratteri principali, che hanno un rapporto particolare con oggetti o cose. Uno di loro con le scarpe, come era evidente dall’esempio precedente, un altro con una bevanda alcolica molto specifica e vari altri esempi.”
Alessandro Piersimoni vive a Los Angeles dallo scorso anno, dove ha aperto una sua società, “The Odd One’s Pellicola”. Precedentemente aveva lavorato per oltre dieci anni, di base a Londra, come responsabile mondiale del reparto interattivo di grandi network pubblicitari come Saatchi & Saatchi. Ed ora ha scelto il Fermano, come “luogo di famiglia”…
www.babelgum.com (search: English Lessons)
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Il “manifesto” incontra i suoi amici
22 09 2009
di Loris Campetti
Fare un giornale di sinistra, indipendente da potentati e partiti. Un giornale curioso che va a guardare i cambiamenti, capace dunque di vedere ma anche di sognare, cioè di contribuire a costruire progetti. Oggi un giornale così è più difficile da farsi che in passato, quando le sinistre esistevano ed erano forti nella politica, nel sindacato, nell’associazionismo, nella società.
Dove sono le sinistre nel 2009? Disperse, rissose, frantumate e, soprattutto, senza idee da contrapporre alla cultura dominante. Il discorso vale non soltanto per i coriandoli di sinistra sopravvissuti alle scissioni, ma per tutte le forze di opposizione parlamentare che di sinistra non sono, né rivendicano tale collocazione.
E’ inevitabile che di questo si parli – di quale manifesto fare in questa congiuntura – in una riunione con i compagni e le compagne che in questi anni si sono spesi per tenere in vita il nostro quotidiano. L’hanno fatto – ci hanno detto sabato scorso in un incontro in redazione – anche perché così sono riusciti a tenere in vita se stessi, il loro impegno e le loro battaglie nel territorio.
In molti sono venuti a Roma nonostante la Federazione della stampa avesse preso la decisione, ben poco condivisa, di rinviare per lutto la manifestazione per la libertà dell’informazione. Come se le libertà e le guerre non fossero connesse, si è detto in più interventi, al punto che la libertà d’informazione è la prima vittima di ogni guerra.
Sono arrivati da Alessandria, Asti, Domodossola, Padova, Milano, Firenze, Ancona, Fermo, Montegranaro, Roma, l’Aquila, Salerno, Cagliari, mentre l’incontro con i pugliesi, liguri, friulani, trentini, umbri, siciliani, emiliani e via manifestando è soltanto rinviato.
Il manifesto non è immune dalla crisi anche culturale che attraversa la sinistra. Ci si chiede più autonomia nella formulazione dell’agenda politica e più inchiesta nei territori, indispensabile per un’analisi della società italiana e un contributo «meno ondivago e più impegnato» a ricostruire una cultura di sinistra, plurale ma unita da un’agenda e obiettivi comuni – solo per fare un esempio: il blocco dei licenziamenti.
L’unità si fa sui contenuti e non appiccicando i coriandoli rimasti dall’implosione delle forze politiche espulse dal parlamento. Anche nel giornale si percepiscono processi di federalizzazione dei temi e delle sezioni di lavoro, che rende più difficile individuare il nostro punto di vista. Molte iniziative e campagne che facciamo dovrebbero avere maggiore continuità, come quella contro la militarizzazione dell’Aquila terremotata.
Tre i nodi su cui riconnettere il lavoro della redazione e rivitalizzare il rapporto tra il giornale e chi lo legge e sostiene: lavoro, pace, immigrazione e diritti. Come mettere in rete i tanti compagni, gruppi e circoli legati al manifesto? Come valorizzare le oltre 200 assemblee che si sono svolte in tutt’Italia negli ultimi due anni, per continuare a far volare il calabrone? Come capitalizzare il «marchio manifesto» come casa comune, luogo di confronto e costruzione di iniziative politiche e sociali?
Infine: come tenere in vita il giornale? Sottoscrizioni parmanenti, una campagna abbonamenti coraggiosa e «militante», un sito – il manifestonline – rinnovato, come punto di accumulazione di informazioni, relazioni politiche e sociali, potenziali nuovi lettori del giornale cartaceo.
Poi, rilanciare la nostra antica provocazione, oggi copiata anche dall’Unità: compra due copie al giorno, una lasciala sul tram, al bar, in ufficio. I nostri sostenitori dovrebbero sostituire con il loro lavoro volontario quel che da Roma non riusciamo a fare per controllare la distribuzione del giornale. Come avviene già in alcune località, da Roma a Campobasso, tornare alla diffusione militante davanti alle scuole e nei posti di lavoro, alle manifestazioni e assemblee. Trasformare la campagna abbonamenti in un’occasione di lavoro politico nei territori.
Tutte queste cose dovrebbero fare i nostri amici, e inoltre fornirci idee e notizie di processi politici e sociali unitari, in cambio di niente? No, in cambio del manifesto, uno strumento da criticare e sostenere per fare politica. Non un partito, semmai uno spartito per cantare in coro, tante teste e tante gambe che facciano camminare le idee e socializzino le esperienze. Un cemento per tenere insieme i mattoni di una nuova casa comune a sinistra, l’embrione di un pensiero politico.
Questo e altro ci siamo detti e ripromessi sabato a Roma. E’ stato solo l’inizio, positivo, di una stabilizzazione di rapporti tra il manifesto e i suoi azionisti di riferimento.
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