Tutti sotto l’ombrello

31 01 2007

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Consenta anche a me, Cavaliere, una fugace digressione sul caso del giorno.

Lo sfogo che la sua compagna – mi perdonerà per questo appellativo dal retrogusto sovietico – ha “donato” all’opinione pubblica riporta la mia mente ad un epico 2001, dove tra cantine toscane da scoprire ed una primavera di euforie, mi dilettavo con un caro amico a penetrare nella sua “storia italiana”. 

C’era lei tra quelle pagine intrise di populismo. Lei che da quasi 40 anni veste doppiopetti blu o grigi di Ferdinando Caraceni. Lei che da quasi 40 anni lavora, viaggia e riceve in tuta blu girocollo. Lei che da quasi 40 anni indossa camicie della signora Bianca Mauri, azzurre o a sottilissimi quadratini celesti. Lei che non ha mai frequentato e non frequenta i cosiddetti “salotti”, né a Milano né a Roma. Lei che ama la puntualità: non sopporta di arrivare in ritardo ad un appuntamento ma non sopporta neppure chi arriva in anticipo.

Le va dato atto, al contrario, di aver radicalmente trasformato questo paese. Forse per sempre.

Ma non, come adora farci credere, con le tanto sbandierate e deleterie riforme o con le centinaia di cantieri inaugurati ed abbandonati al loro destino (operai compresi), ma con una strategia di trance mediatica che ha asfissiato le coscienze di milioni di italiani. Anche quelli che l’hanno sostenuta sin dalla messianica discesa in campo. Tra questi, non me ne voglia, non c’era e mai ci sarà il sottoscritto.

In quella famigerata pubblicazione lei scrisse anche di aver sentito un fulmine dopo aver visto recitare Veronica al “Manzoni” di Milano. Aggiungendo però che “non c’era il temporale”.

Dalle mie parti c’è un detto, che tradotto sta a significare che proprio dove si intravede un fulmine sicuramente un temporale si è appena messo in moto (“se ‘llampa da che parte trona”).

Oggi la saetta è stata scagliata da chi l’ha scelta come compagno (repetita iuvant) di vita ma purtroppo per lei, Cavaliere, il suo temporale aveva già da tempo mostrato i primi minacciosi segni, tra gaffe e deterioramenti del senso civico.

Certo, ci siamo anche noi sotto a quel diluvio, vulnerabili. Ma resistenti. E aspettiamo il sereno. Senza di lei.





La pecora nera

29 01 2007

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C’è una “pecora nera” che mi ha affascinato. Ascanio Celestini, in un suo spettacolo sulla memoria dell’Istituzione manicomiale, fa di quel teatro pigramente detto civile uno strumento per, parole sue, “trasformare l’immagine personale in immaginario collettivo”, modellando una forma di contatto tra passato e presente.

C’è anche una “pecora nera” che non smette di provocare indignazione. In quest’ultimo caso il personaggio in primo piano non è un artista, ma un amministratore pubblico. Un sindaco, ad essere puntigliosi. Saturnino Di Ruscio.

In quel di Fermo la problematica sul mega deposito di sabbia situato a Marina Palmense continua a tenere banco (per approfondimenti vi rimando al sito www.lacittaincomune.org).

Sabato scorso, a merenda rubata, il primo cittadino fermano si è presentato nel quartiere costiero per relazionare sulle motivazioni e lo stato dei lavori. Quell’area, a suo dire, si è finora ritagliata uno spazio nella cronaca locale non come oasi faunistica (come riconosciuto invece dalla Provincia di Ascoli Piceno), ma piuttosto come campo per “pecore e zingari”. Largo quindi al progresso e alla lobby del mattone (la risposta entro il prossimo lustro…).

 

Nel Giorno della Memoria (27 gennaio), l’Olocausto nazista, che oltre a milioni di ebrei ha visto bruciare nei campi di concentramento dislocati nel continente europeo centinaia di migliaia di Rom, è stato così ricordato a Marina Palmense da colui che, oltre a quella di sindaco, si è arrogato la carica di Assessore alla Cultura del neo capoluogo di Provincia.

Ma il suo sipario, a differenza del Celestini pensiero, è sceso frantumando la civiltà e il senso di aggregazione di un intero territorio.





Contro natura

26 01 2007

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E torno brevemente a bofonchiare di pacs e dintorni. Questa volta a far scattare la (mia) molla sono le dichiarazioni di un deputato di AN, l’anconetano Carlo Ciccioli. Il più che ben remunerato tempo di un eletto dal popolo dovrebbe essere veicolato a vantaggio di quelle che oggi sono priorità inalienabili, vale a dire la deriva dell’informazione e del livello culturale italiano.

Ma con una tempistica sempre meno sospetta, il “nostro” non alza il vessillo contro culi e tette al vento, contro le telerisse della domenica buona (ma per chi?), contro la perseverante sindrome da reality.

Sceglie invece come bersaglio una fiction, “Un medico in famiglia”, per aver osato mostrare vita e sentimenti di una coppia di omosessuali e di una bambina. L’ennesimo scempio, a suo dire, a danno delle famiglie italiane dopo il caso Banfi (ricordate la  recentissima querele per “Il padre delle spose”?)

A quando il sesso con animali in Rai?” è l’interrogativo sferrato dell’Onorevole, che sullo slancio ha invitato i vertici di Viale Mazzini ad una programmazione della stessa fiction in simultanea con Quark.

Ma sì, diamo a Ciccioli quel che è di Ciccioli: dopo anni di ricerche sociologiche, finalmente abbiamo scovato la pistola fumante che spiega in maniera risolutiva perché minorenni stuprano minorenni, perché studenti si mescolano sessualmente ad altri minorenni sopra una cattedra, perché adolescenti sterminano la propria famiglia. E perché la distanza tra generazioni diventa sempre più incolmabile.

E’ quel mostrare il cambiamento di una società, quell’andamento “contro natura”, che influenza i fruitori dei media, dal nipotino alla nonna.

Ma di innaturale, da questo remoto angolo d’Italia, si continua soltanto ad percepire l’impegno – al limite del misticismo – che la casta politica, nessuno escluso, riesce a mettere in una ostinata azione di autotutela. Eludendo un’atrofizzazione del pensiero al limite della reversibilità. Manipolando a propria discrezione i nuovi fantasmi del XXI secolo. Con una sollecitudine che ha del prodigioso. E la saga, ahinoi, continua.





Il contatto con una insensata, lucida follia

26 01 2007

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Il momento di contatto con l’orrore dello sterminio. L’arrivo delle truppe russe ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, era e resta la scoperta documentata di quanto è accaduto durante tutto l’arco della seconda guerra mondiale. E’ il contatto tra l’informazione e la documentazione con una sistematica e lucida volontà di sterminio che mai la storia aveva conosciuto.

E’ il contatto con l’abisso della distruzione, della violenza insensata, della lucida follia del nazismo.

Come sottolineato dal prof. Filippo Ieranò, responsabile dell’associazione Casa della Memoria di Servigliano, nata nel 2001, molte altre date hanno acquisito una profonda valenza storica, ma questa rappresenta una conoscenza documentata dei fatti, occultata, più o meno colpevolmente, per l’intero periodo bellico.

 

Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, è un momento di estrema importanza, perché permette di stabilire una relazione fortissima tra la storia del ‘900 e i grandi problemi del nostro tempo. Il tema della Shoah, dello sterminio, del genocidio, della violenza gratuita, ricorre ancora nelle pagine dei quotidiani. Per questo motivo non si tratta solamente di ricordare fatti accaduti 50 o 60 anni fa; si tratta di fare memoria di quei fatti per capire il proprio presente e riuscire anche a progettare in modo diverso il proprio futuro. E’ per questa ragione che noi proponiamo di anno in anno, per il 27 gennaio, vari appuntamenti, dando temi continuamente diversi, perché riteniamo che l’argomento storico debba essere attualizzato e continuamente investigato in aspetti ed in particolari che poi sono più rilevanti, più in grado di incidere sulla nostra quotidianità. Altrimenti diventa soltanto una ricorrenza retorica, che non ha significato specialmente sul piano educativo. E visto che ci rivolgiamo moltissimo alle scuole, sviluppando un lavoro di formazione, tutto questo diventa imprescindibile.

 

Cosa avete organizzato quest’anno come Casa della Memoria? E’ prevista una collaborazione con la Francia, con una realtà analoga a quella di Servigliano (qui il campo, costruito all’inizio del Novecento per accogliere circa 10.000 prigionieri e dimezzato sotto il fascismo, venne utilizzato per contenere fino a 5.000 prigionieri nella Seconda Guerra Mondiale, divenendo poi centro di raccolta profughi, ndr). In Francia esiste un monumento nazionale chiamato la Maison d’Izieu, nella regione Rhone – Alpes, un luogo nel quale durante l’occupazione nazifascista erano nascosti 42 bambini ebrei, individuati nel 1944 e deportati ad Auschwitz. In quel luogo il presidente Mitterrand e l’allora ministro dell’interno francese hanno deciso di investire sul piano morale, trasformandolo in monumento nazionale. Noi vogliamo stabilire un contatto con quel luogo, ricordando l’analogia con la nostra realtà di Servigliano, da dove si è verificata la deportazione di ebrei dal campo di concentramento. Il 26 gennaio, in collaborazione con la Provincia di Ascoli Piceno ed il Comune di Servigliano, ci sarà un incontro con due storici, Pierre-Jérôme Biscarat e Stéphanie Boissard, che racconteranno quella vicenda, cercando di fare un lavoro di informazione legato alla presenza di italiani in quell’area della Francia, occupata dall’esercito italiano tra il 1942 e il ’43. L’elemento di grande novità è per noi l’aspetto del viaggio: da qui sono partiti con i camion per andare a Fossoli e poi ad Auschwitz; dalla Maison d’Izieu sono partiti per andare ad Auschwitz. Ed era un viaggio di orrore, non di scoperta e neanche di crescita e di formazione. Vogliamo invece rielaborare questo concetto del viaggio in chiave di scoperta, di conoscenza e di incontro tra i popoli, non verso l’abisso ma verso l’altro, verso gli altri.

 

Un abisso tornato prepotentemente di attualità con il recente convegno di Teheran, con le tesi negazioniste a riecheggiare su tutti i media internazionali. Qui rientriamo non nella storia ma in una sorta di speculazione politica, di argomentazione utilizzata da una fazione o dall’altra a sostegno di tesi ovviamente precostruite. Il negazionismo era già presente negli anni ’70, si è affacciato nel panorama storiografico con Ernest Nolte. Ma sono considerazioni così marginali che basta ricordare i fatti. Noi facciamo questo lavoro, a partire dalle esperienze, dal racconto dei fatti per venire poi a delle conclusioni e stabilire collegamenti con la realtà. Altrimenti, per un verso si rischia la retorica per ricordare su di un piano puramente astratto quello che è accaduto, per l’altro si rischia il paradosso di negare un fatto che non può essere messo assolutamente in discussione. E’ importante quindi uscire fuori sia dalla retorica che dalla speculazione politica. Si tratta di stabilire dei valori. Dopo la crisi delle ideologie è importante riuscire ad individuare quei valori comuni, fondamentali, nei quali tutti quanti si possano riconoscere. Questo è quanto stiamo facendo, a partire dalle esperienze, a partire dalle testimonianze, a partire dai fatti: occorre rilanciare i valori, altrimenti si rischia di vanificare quanto accaduto, di non dare il giusto significato alle cose. Primo Levi diceva che si tratta di ricordare, altrimenti dimentichiamo, e dimenticando non siamo in grado di affrontare la nostra realtà e il nostro futuro.

 

Siete riusciti a quantificare gli effetti di quella strategia distruttiva nel territorio del Fermano? Quante sono state le persone coinvolte? E’ impossibile avere il dato complessivo, perché tantissimi documenti sono andati perduti. Tra l’altro in questo territorio, dopo l’8 settembre del 1943, sono stati intrappolati moltissimi ebrei provenienti da nord. Molti sono stati trattenuti e poi rimandati nel campo di Fossoli prima e nei campi di sterminio in Germania poi, senza che ci fosse il passaggio attraverso i luoghi istituzionali, come la Prefettura. Tedeschi e fascisti spedivano e basta. Abbiamo invece dei dati più chiari per quanto riguarda l’ultimo momento del passaggio degli ebrei da Servigliano. Qui c’è stata il 4 maggio del ’44 un bombardamento di un aereo inglese che ha aperto una breccia nel muro del campo di concentramento, dove erano internati circa 61 ebrei. Questi sono riusciti a fuggire e durante la notte si sono nascosti. Il giorno successivo alcuni sono stati aiutati dalla popolazione civile, altri invece sono stati obbligati a rientrare nel campo perché essendo gruppi troppo numerosi era per loro impossibile nascondersi. Di loro sappiamo il numero: 31 ebrei deportati il 5 maggio a Fossoli; da qui sono stati spediti ad Auschwitz, dove poi tutti hanno trovato la morte. Di una persona sola non si è certi della morte, degli altri si sa che sono stati sterminati nelle camere a gas. Nelle Marche ci sono stati tanti passaggi di ebrei. Nella Valle del Tenna ci sono state due famiglie riconosciute come “Giusti fra le nazioni” dall’Istituto Israeliano Yad Vashem: una di Amandola ed una di  Monte San Martino.





Mettiamoci a nudo

26 01 2007

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Tentativo pienamente riuscito per il duo Haber/Papaleo. Due artisti che si conoscono da tempo, due amici che si frequentano nella vita normale. E che sul palcoscenico si divertono come pazzi. Basta ascoltare Alessandro Haber: “Ci prendiamo molto in giro sulla nostra pelle, riesumando del nostro vissuto, ma tutto portato in maniera iper realistica, con ironia, con gioco. E ogni tanto cantiamo: abbiamo la canzone nel nostro dna, Rocco come cantautore, io come interprete.

Ne è scaturito uno spettacolo trasversale, fuori dai canoni, molto curioso.  La gente si stramazza dal ridere perché ci sono dei momenti di poesia, di ilarità, di riflessione. Tutto questo con un grande senso del gioco ma anche del farci da spalla. Interagiamo ma allo stesso tempo facciamo un nostro monologo. E’ un nostro percorso, ognuno il suo; ogni tanto queste storie si incontrano per esplodere improvvisamente. E siamo molto contenti, titolo a parte (”Miracoli e Canzoni”, ndr)! Per la prossima stagione sarà soltanto “Two Men Show”, perché è quello più giusto: ci sono due attori che stanno in scena e godono nel stare in scena.

 

Qui reinventi e reinterpreti canzoni d’autore a modo tuo.  “E la gente resta incantata! Oh, non è che voglia sbrodolarmi da solo, ti riferisco parole di gente comune. Per me è una cosa nuova perché non mi sono mai confrontato con il pubblico direttamente togliendo la ‘quarta parete’. Qui invece ci mettiamo a nudo e giochiamo in maniera sfacciata con il pubblico e tra di noi. Ogni volta è lo stesso ma non è mai lo stesso spettacolo, perché c’è un margine di improvvisazione all’interno.

 

 La musicalità è una cosa che appartiene a voi attori.  La musica è un richiamo universale, è un qualcosa che resta, sale dentro l’anima, è sensuale, è romantica, ti prende il cuore, la testa, è qualcosa di magico dove è racchiuso tutto il nostro mondo. E’ il senso della vita, è qualcosa di impalpabile. Stare in scena e cantare, e poi comunicare con la musica. E’ un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni, di riduzioni, è il massimo della potenzialità artistica.

 

Ma qual è il tuo vero miracolo?  Il miracolo è già che siamo qua, che facciamo questo mestiere e questo spettacolo. Ma il miracolo è una scusa: poi all’interno effettivamente c’è una scena in cui parliamo di miracoli, ma venuta così in progress giorno per giorno. Non è proprio saliente… oh, io non vedo l’ora che cambino i manifesti, lasciando solo “Two Men Show”!

C’è dell’altro?  Beh, mi piacerebbe un giorno andare all’Olimpiae di Parigi. Sarebbe bello, gratificante, come per un attore vincere un Oscar. Uno però è capace anche di accontentarsi, perché tutto finisce in un attimo. Tutte le cose che conquisti in più ti danno delle scosse per non pensare che il tempo sta passando, che stai invecchiando, che tra un po’ non ci sarai più. E’ come un oblio, come ubriacarsi. Io mi metto sempre in gioco, ogni volta è scoprire qualcosa di nuovo. Se mi sentissi arrivato non potrei fare questo mestiere.

Il nostro obiettivo – ribatte Rocco Papaleoera proprio quello di fare uno spettacolo per il teatro, però molto diretto. Alla fine siamo rimasti sorpresi noi per primi di cosa è venuto fuori, perché è rimasta intatta la leggerezza, il divertimento, le risate che scaturiscono continue. E in più si è anche caricato di una profondità che forse inconsciamente portiamo, essendo due artisti adulti, Haber 59 anni, io ne ho quarantotto… beh, lui è sicuramente un po’ più adulto!

Quanto vi ha aiutato il conoscervi già? Avevamo già lavorato insieme sia in teatro che al cinema, ma ovviamente qui ci siamo messi più a nudo l’uno verso l’altro… e non è stato uno spettacolo molto bello!

Il vostro è uno strano mix tra varie forme: teatro, cabaret, canzone, concerto, canzone divertente.  Tra me e Alessandro si è creato un equilibrio che non è mai retorico, mai didascalico e una convivenza che sostanzialmente ha sommato i nostri pseudo talenti: invece di fare uno più uno uguale due abbiamo fatto uno più uno uguale tre!

Quale forma d’arte preferisci? Devo dire che per me è tutto la stessa cosa, che è l’espressione poetica. Ogni cosa che faccio si carica di tutte le suggestioni che ho come artista… artista forse è una parola un po’ retorica… diciamo come giullare. Ho sempre un ritmo addosso, anche quando recito al cinema, una ricerca di una linea melodica, di un suono. E quindi le esperienze diventano molto complementari tra loro e si integrano a vicenda. Ovviamente quando faccio cose che ho scritto io mi sento un po’ più coinvolto, e quindi c’è anche una parte di me al di fuori del performer che ha uno sguardo anche autoriale rispetto alle cose che faccio, come se le osservassi per capire se hanno o no una valenza emotiva.

Anche per te è doveroso “confessare” un miracolo all’orizzonte. Sinceramente credo nel miracolo dell’azione tra pubblico e attore, di quella cosa impalpabile di verità che si può creare in uno spazio in cui c’è un’esibizione dal vivo. Anche la musica e la recitazione sono più diretti verso la gente e allora se si riesce a creare quel gancio che fa essere tutti nello stesso suono. E poi i miracoli sono molto laici, per quello che mi riguarda. Credo comunque all’energia e penso che questa possa fare il miracolo di migliorare la propria condizione e influenzare quella che c’è intorno.”

 

MONTECOSARO (MC) – Teatro Comunale – 26 gennaio

PORTO SAN GIORGIO (FM) – Teatro Comunale – 27 gennaio 

Per informazioni: Montecosaro tel. 0733.557771

Porto San Giorgio tel. 0734.902107 – 071.2072439 – www.amat.marche.it





La penna di un viaggiatore

24 01 2007

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Ho trascorso in Africa diversi anni. Vi andai la prima volta nel 1957 e per i successivi quarant’anni approfittai di ogni occasione per tornarvi. Viaggiavo continuamente. Evitavo i percorsi ufficiali, i palazzi, i personaggi importanti e la grande politica. Preferivo chiedere sui camion occasionali passaggi, percorrere il deserto con i nomadi, farmi ospitare dai contadini della savana tropicale. La vita di questa gente è una fatica continua, una tribolazione sopportata con incredibile serenità e resistenza.

L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste.

Ryszard Kapuscinski





Gli smemorati di Palazzo Raffaello

19 01 2007

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Anche se nelle precedenti settimane il dibattito sulla nuova Provincia è rimasto vibrante, con la questione CONI a scaldare animi e voci, qualcosa all’informazione locale è sfuggito. Il riferimento è al passo falso – l’ennesimo – della Regione Marche nei confronti del Fermano.

Nelle stanze di Palazzo Raffaello, sede dell’Ente regionale, è infatti stato generato quel Press-tour di testate d’oltremanica (Manchester Ev. News, Wirral Globe, LPL Merseymart & Star, Liverpool Echo, Daily Post, Lancashire Evening Post & Wigan Post e BBC Radio Merseyside) che dal 16 al 18 gennaio ha offerto a diversi giornalisti inglesi l’opportunità di ammirare il patrimonio storico-artistico, culturale, ambientale ed enogastronomico marchigiano. Tutti soddisfatti al termine della tre giorni, a partire dall’Assessore al Turismo Luciano Agostini.

Ma nel programma dell’iniziativa, realizzata con la collaborazione di Aerdorica, Ryanair ed Enit di Londra, Fermo e gli altri 39 Comuni della nuova realtà provinciale risultavano “stranamente” assenti. L’itinerario della delegazione prevedeva tappe ad Urbino, Ancona e Riviera del Conero, Santuario di Loreto, Macerata, San Benedetto del Tronto ed Ascoli Piceno, bypassando completamente il nostro territorio.

Se, al di là della promozione del recentissimo collegamento aereo con la città di Liverpool, l’obiettivo era quello di incrementare il flusso turistico sull’asse Regno Unito-Ancona, non è scandaloso affermare che una strategia attenta più al proprio tornaconto personale che ad un vero sviluppo economico della Regione, oltre a creare ripercussioni materiali in aree già ferite dal crollo dei comparti trainanti, alimenta una sempre più tangibile distanza dalle istituzioni da parte della cittadinanza.

Considerando l’inflazionarsi in terra fermana di quel “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, quante e quali locuzioni latine dovremmo ancora scomodare, caro Agostini, per conquistare un’attenzione paritaria e senza pregiudizi?





Compagni di viaggio, tra Oriente ed Occidente

18 01 2007

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“Perché li amo? Beh, è facile: mi ricordano la Banda di quando ero piccolo e mi danno un senso di “gente” che oggi è raro respirare”. E’ impresso nelle note di copertina delle nove tracce registrata dal vivo tra Ravenna, Foligno e Roma (Materiali Musicali i Cd de il manifesto, 2004), il legame tra il trombettista di Berchidda Paolo Fresu e la travolgente fanfara balcanica della Kocani Orkestar, un sodalizio che vede protagonista anche Antonello Salis, pianista e fisarmonicista anch’esso di origine sarda.L’inebriante progetto, tra jazz e tradizione gitana, racconta Fresu, nasce 3 anni fa. “
La Kocani è venuta da me al Festival ‘Time in jazz’ di Berchidda, in Sardegna, e da lì è nata l’idea di fare delle cose assieme. Io ho pensato di coinvolgere Antonello Salis e anche di portare in dote qualche brano. Ho spedito loro alcuni pezzi già registrati, che hanno poi metabolizzato e riarrangiato alla loro maniera. In parte noi ci siamo inseriti nel loro repertorio, in parte loro hanno lavorato su tre brani miei, di cui una variazione su un ballo sardo, un brano balcanico scritto per il film su Ilaria Alpi e un altro brano più africano per lo stesso film (“Il più crudele dei giorni”, regia di Ferdinando Vicentini Orgnani, 2003, ndr). E poi con Antonello portiamo anche delle cose nostre come duo.

E alla fine, cosa pensi ne sia uscito fuori? Una bella amalgama, tra noi c’è stato un vero scambio. Il disco de il manifesto, per il quale abbiamo scelto il meglio di alcuni concerti registrati, è uscito ad un anno e mezzo dalla seconda tournée.”

Come ha preso forma giorno per giorno il vostro live act? Non ci siamo posti molti problemi all’origine. Ci siamo visti per alcuni giorni e durante quel periodo di prove ci siamo conosciuti meglio. Ci siamo detti veramente poco, il concetto era entrare proprio nel feeling della musica. Loro sono molto istintivi, non leggono la musica. Tutto quello che fanno è stato metabolizzato perché sentito dai loro padri, un po’ come la musica tradizionale che si fa in Sardegna. Siamo stati noi ad entrare in punta di piedi nel loro progetto. Loro hanno un atteggiamento più statico rispetto alla loro musica, anche se poi hanno un repertorio vastissimo che cambia perennemente. C’è anche un certo grado di improvvisazione nella loro musica. Pensa che i miei brani li avevano già reinterpretati, proprio perché hanno un altro concetto ritmico e melodico. In tre giorni era impossibile muovere un principio, un’idea, ma con l’andare del tempo, nell’arco delle varie tournée, ci siamo amalgamati meglio. Quando suonano con noi lo fanno in modo diverso, e viceversa per me ed Antonello. C’è stato un percorso di simbiosi naturale, la voglia di trovare un punto di equilibrio con il tempo. Oggi siamo amici, e mi chiedono delle cose. D’altro canto io chiedo loro come fanno a creare quegli abbellimenti velocissimi. Tra noi c’è questa voglia di scambio, il piacere di condividere due mondi apparentemente lontani che poi si incontrano sul palcoscenico. Ecco, questo è stato il nostro approccio, non assolutamente intellettuale. Un approccio molto fisico, di stomaco.

Quanto e come è cresciuto il rapporto con la Kocani? Si è arricchito molto ad ogni incontro, perché ogni tournée in realtà c’è un qualcosa di nuovo dal punto di vista del repertorio, dei rispettivi contributi. Ogni volta c’è qualcosa in più, anche se non palpabile nell’immediato. C’è sempre voglia di divertirsi sul palcoscenico, c’è una cosa nuova che in qualche modo soffia e arricchisce l’esperienza complessiva.

Una ricca ed intensa esperienza di contatto, quindi. All’origine si passa attraverso la musica, poi dietro la musica si aprono altre porte. E’ lì il piano comune, il punto di incontro. Se quello funziona poi c’è la voglia di scoprire altro. E’ fondamentale che ci sia un rapporto corretto, di rispetto proprio dal punto di vista musicale. Quando questo accade è facile lasciarsi andare ed andare anche nell’altro mondo, cercando di non sconvolgerlo. Alla fine il risultato è di una musica più ricca, quando loro non perdono la sostanza della loro e noi della nostra, ma allo stesso tempo riusciamo ad arricchirci gli uni con gli altri.

Per te è un rinnovarsi del rapporto con le altre musiche del mondo.  Quello mi è sempre molto piaciuto: spaziare nelle musiche ma anche nelle arti, avere un percorso ed un fulcro, ma non per forza castrato e costretto a stare negli ambiti delineati da chissà chi. Mi piace l’idea di lavorare con la pittura, la scultura, con gli attori e con i poeti. Credo che quando le cose sono buone si debba provare a fare di tutto, perché così si impara di più, si mette anche la vista a servizio. Il rischio è quello di involversi e di non andare avanti. Certo, uno può decidere di soffermarsi sui proprio progetti, di fare più l’hard bop piuttosto che il be bop o piuttosto che il mainstream, però se non si conosce il resto è difficile anche entrare ed approfondire il proprio mondo, che deve necessariamente confrontarsi con l’esterno. Se questo non accade quello che noi facciamo, e che magari facciamo bene, rischia di non andare avanti. Io sono appassionato del continente africano, dove vado sempre più spesso. Ma ho i miei rapporti con i vietnamiti, con i bretoni o con i macedoni. E’ il piacere di andare a scoprire delle cose nuove e riportarle nel mio mondo, un piccolo mondo che altrimenti mi annoierebbe terribilmente. Mi piace l’idea di andare a scoprire quello che c’è intorno all’arte in senso più ampio. Ed è questa la mia aspirazione da sempre, senza forzature. Non mi pongo nessun tipo di problema stilistico, ne di genere. La cosa fondamentale è fare quello in cui crediamo e farlo con gli artisti che amiamo.

Cosa ne pensi, da assoluto protagonista, di questa progettualità indirizzata alla conservazione delle radici popolari? “Credo sia molto importante. Si rischia in qualche modo sempre di cancellare il passato. Negli anni ’70 ci si vergognava un po’ delle proprie radici, di essere sardi piuttosto che pugliesi, ed anche la musica tradizionale in qualche modo era una cosa per anziani, da ascoltare soltanto nelle feste patronali. E quindi secondo me si è perso molto: alcune cose sono morte, altre si stanno riscoprendo piano piano, anche se non sempre questa operazione è corretta sul piano etico ed estetico. Credo che la valorizzazione del proprio patrimonio sia fondamentale. Se si perde la memoria non c’è un futuro. E il futuro della tradizione sta nella capacità di innestarlo nelle cose di oggi; altrimenti si rischia di fare un’operazione da museo e di cristallizzare qualcosa che invece deve essere necessariamente, dinamicamente in divenire.

Quale contributo può dare il jazz in questo articolato processo? Il jazz non era una musica colta, lo è diventata in un certo periodo storico. Oggi sta finalmente riscoprendo la sua vera radice popolare. Il successo del jazz in Europa si manifesta perché ognuno trova nelle proprie radici un innesto per fare di questa musica un fatto proprio. E questo avviene soprattutto in Italia. Tanto più io, da sardo, mi sento in dovere di indagare nel mio patrimonio per due motivi: primo perché bisogna rivitalizzare il patrimonio; in secondo luogo perché attraverso questo patrimonio posso contribuire anche allo sviluppo del jazz, una musica che volentieri si sporca le mani con quello che possediamo. Non possiamo pensare di andare a suonare soltanto una musica che viene dall’altra parte del mondo, dobbiamo trovare anche un humus che conosciamo. Poi, lasciamelo dire, essere sardi è una ricchezza: la musica popolare sarda è fortunatamente una delle più vive in Italia. E’ impensabile non guardarsi intorno. Mi sembra questo il vero lavoro da fare. Noi artisti abbiamo anche la responsabilità di trovare questo equilibrio, non possiamo far finta di non vedere. La capacità dell’artista è quella di metabolizzare il presente, di essere attento a quello che succede e di essere capace di riproporlo secondo il proprio pensiero. In questo modo la tradizione può avere un futuro e il jazz può dare un piccolo contributo.

KOCANI ORKESTAR meets PAOLO FRESU & ANTONELLO SALIS

PORTO SANT’ELPIDIO, Teatro delle Api, 20 gennaio

Per informazioni: Tel. 0734.903512 – 346.6286586 – www.teatrodelleapi.it





Bastardi d’Italia

12 01 2007

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La mia famiglia non è “legittima”. Paola ed io siamo semplicemente una “famiglia”. Priva di etichette o codice a barre. E consideriamo famiglie anche quelle numerose coppie che hanno preferito la convivenza al rito civile o religioso.

Famiglie che attendono ancora un riconoscimento giuridico. Certo, comincia ad essere significativo il numero di amministrazioni che attraverso l’istituzione di un registri delle unioni civili (nelle Marche riecheggia ancora la presa di posizione del Consiglio Comunale di Ancona) stanno perseguendo una progettualità in materia.

Ma parlare concretamente di coppie di fatto, sull’italico suolo, resta un tabù.

Nelle aule parlamentari, fatte le opportune eccezioni, la maggioranza latita, continuando a celare al proprio elettorato la verità, e cioè che nel programma dell’Unione si fa riferimento anche alle coppie omosessuali.

C’è poi il niet irrevocabile del Vaticano: agitando proprio lo spauracchio del matrimonio tra persone dello stesso sesso, Ratzinger e sodali hanno messo in moto un meccanismo caratterizzato da anatemi senza sosta, scagliati con l’obiettivo di soffocare il crescente dibattito sulle (“pericolose e controproducenti”) coppie di fatto e sui Pacs.

E sotto la polvere restano i contenuti di una quotidianità negata: la possibilità di visitare il proprio partner in ospedale o in carcere, di decidere per lei/lui le cure mediche in caso di impossibilità, di reversibilità della pensione, di accesso ai bandi di edilizia popolare, di diritto agli alimenti in caso di interruzione del rapporto affettivo, di successioni e concessi di permessi di soggiorno per extracomunitari/e.

Eppure non ricordo – e la memoria sembra ancora sostenermi – di essermi imbattuto, nella moltitudine di documenti firmati per poter pronunciare quel SI tra le mura di una delle chiese più antiche della città di Fermo, in una clausola che ribadiva la nostra (mia e di mia moglie) manifesta superiorità rispetto ai presenti conviventi. A cerimonia conclusa non ho sentito vibrare in me un senso di legittimità. Ricordo, quella sì, la retorica della solidarietà, del sostegno tra coniugi ma soprattutto verso la società civile tutta. Parole e gesti che, al contrario, oggi osservo evaporare furtivamente di fronte ad una libera e consapevole scelta, priva di dogmi. Parole che stridono rispetto alla corsa ai titoli di prima pagina da parte di prelati e integralisti dell’ultima ora.





Il fatto (non) sussiste

11 01 2007

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Farà notizia ancora per qualche ora. Poi tornerà ad inabissarsi, proprio come quel 27 giugno del 1980. E senza colpevoli. Per 27 anni i parenti delle 81 vittime (4 membri dell’equipaggio e 77 passeggeri) della strage sopra i cieli di Ustica hanno atteso giustizia, in un vortice di depistaggi, audizioni parlamentari, verdetti di ogni ordine e grado.

Se per i due ufficiali dell’Aeronautica Franco Ferri e Lamberto Bertolucci, assolti dalla Cassazione con sentenza definitiva, “il fatto non sussiste”, a chi dovremmo chiedere spiegazioni sulla decisione del Governo italiano di riconoscere nell’ambito della manovra finanziaria un risarcimento (precluso invece dalla formula assolutiva) alle famiglie delle vittime, equiparando quelle 81 persone ai morti per reati di terrorismo?

L’incongruenza (riconoscimento formale di un atto di terrorismo da un lato, assenza di colpevoli dall’altra) qualche interrogativo lo pone. Alle nostre coscienze e ad una classe politica recalcitrante alla verità.

Per informazioni: www.misteriditalia.com/ustica