
“Perché li amo? Beh, è facile: mi ricordano la Banda di quando ero piccolo e mi danno un senso di “gente” che oggi è raro respirare”. E’ impresso nelle note di copertina delle nove tracce registrata dal vivo tra Ravenna, Foligno e Roma (Materiali Musicali i Cd de il manifesto, 2004), il legame tra il trombettista di Berchidda Paolo Fresu e la travolgente fanfara balcanica della Kocani Orkestar, un sodalizio che vede protagonista anche Antonello Salis, pianista e fisarmonicista anch’esso di origine sarda.L’inebriante progetto, tra jazz e tradizione gitana, racconta Fresu, nasce 3 anni fa. “
La Kocani è venuta da me al Festival ‘Time in jazz’ di Berchidda, in Sardegna, e da lì è nata l’idea di fare delle cose assieme. Io ho pensato di coinvolgere Antonello Salis e anche di portare in dote qualche brano. Ho spedito loro alcuni pezzi già registrati, che hanno poi metabolizzato e riarrangiato alla loro maniera. In parte noi ci siamo inseriti nel loro repertorio, in parte loro hanno lavorato su tre brani miei, di cui una variazione su un ballo sardo, un brano balcanico scritto per il film su Ilaria Alpi e un altro brano più africano per lo stesso film (“Il più crudele dei giorni”, regia di Ferdinando Vicentini Orgnani, 2003, ndr). E poi con Antonello portiamo anche delle cose nostre come duo.
E alla fine, cosa pensi ne sia uscito fuori? “Una bella amalgama, tra noi c’è stato un vero scambio. Il disco de il manifesto, per il quale abbiamo scelto il meglio di alcuni concerti registrati, è uscito ad un anno e mezzo dalla seconda tournée.”
Come ha preso forma giorno per giorno il vostro live act? “Non ci siamo posti molti problemi all’origine. Ci siamo visti per alcuni giorni e durante quel periodo di prove ci siamo conosciuti meglio. Ci siamo detti veramente poco, il concetto era entrare proprio nel feeling della musica. Loro sono molto istintivi, non leggono la musica. Tutto quello che fanno è stato metabolizzato perché sentito dai loro padri, un po’ come la musica tradizionale che si fa in Sardegna. Siamo stati noi ad entrare in punta di piedi nel loro progetto. Loro hanno un atteggiamento più statico rispetto alla loro musica, anche se poi hanno un repertorio vastissimo che cambia perennemente. C’è anche un certo grado di improvvisazione nella loro musica. Pensa che i miei brani li avevano già reinterpretati, proprio perché hanno un altro concetto ritmico e melodico. In tre giorni era impossibile muovere un principio, un’idea, ma con l’andare del tempo, nell’arco delle varie tournée, ci siamo amalgamati meglio. Quando suonano con noi lo fanno in modo diverso, e viceversa per me ed Antonello. C’è stato un percorso di simbiosi naturale, la voglia di trovare un punto di equilibrio con il tempo. Oggi siamo amici, e mi chiedono delle cose. D’altro canto io chiedo loro come fanno a creare quegli abbellimenti velocissimi. Tra noi c’è questa voglia di scambio, il piacere di condividere due mondi apparentemente lontani che poi si incontrano sul palcoscenico. Ecco, questo è stato il nostro approccio, non assolutamente intellettuale. Un approccio molto fisico, di stomaco.”
Quanto e come è cresciuto il rapporto con la Kocani? “Si è arricchito molto ad ogni incontro, perché ogni tournée in realtà c’è un qualcosa di nuovo dal punto di vista del repertorio, dei rispettivi contributi. Ogni volta c’è qualcosa in più, anche se non palpabile nell’immediato. C’è sempre voglia di divertirsi sul palcoscenico, c’è una cosa nuova che in qualche modo soffia e arricchisce l’esperienza complessiva.”
Una ricca ed intensa esperienza di contatto, quindi. “All’origine si passa attraverso la musica, poi dietro la musica si aprono altre porte. E’ lì il piano comune, il punto di incontro. Se quello funziona poi c’è la voglia di scoprire altro. E’ fondamentale che ci sia un rapporto corretto, di rispetto proprio dal punto di vista musicale. Quando questo accade è facile lasciarsi andare ed andare anche nell’altro mondo, cercando di non sconvolgerlo. Alla fine il risultato è di una musica più ricca, quando loro non perdono la sostanza della loro e noi della nostra, ma allo stesso tempo riusciamo ad arricchirci gli uni con gli altri.”
Per te è un rinnovarsi del rapporto con le altre musiche del mondo. “Quello mi è sempre molto piaciuto: spaziare nelle musiche ma anche nelle arti, avere un percorso ed un fulcro, ma non per forza castrato e costretto a stare negli ambiti delineati da chissà chi. Mi piace l’idea di lavorare con la pittura, la scultura, con gli attori e con i poeti. Credo che quando le cose sono buone si debba provare a fare di tutto, perché così si impara di più, si mette anche la vista a servizio. Il rischio è quello di involversi e di non andare avanti. Certo, uno può decidere di soffermarsi sui proprio progetti, di fare più l’hard bop piuttosto che il be bop o piuttosto che il mainstream, però se non si conosce il resto è difficile anche entrare ed approfondire il proprio mondo, che deve necessariamente confrontarsi con l’esterno. Se questo non accade quello che noi facciamo, e che magari facciamo bene, rischia di non andare avanti. Io sono appassionato del continente africano, dove vado sempre più spesso. Ma ho i miei rapporti con i vietnamiti, con i bretoni o con i macedoni. E’ il piacere di andare a scoprire delle cose nuove e riportarle nel mio mondo, un piccolo mondo che altrimenti mi annoierebbe terribilmente. Mi piace l’idea di andare a scoprire quello che c’è intorno all’arte in senso più ampio. Ed è questa la mia aspirazione da sempre, senza forzature. Non mi pongo nessun tipo di problema stilistico, ne di genere. La cosa fondamentale è fare quello in cui crediamo e farlo con gli artisti che amiamo.”
Cosa ne pensi, da assoluto protagonista, di questa progettualità indirizzata alla conservazione delle radici popolari? “Credo sia molto importante. Si rischia in qualche modo sempre di cancellare il passato. Negli anni ’70 ci si vergognava un po’ delle proprie radici, di essere sardi piuttosto che pugliesi, ed anche la musica tradizionale in qualche modo era una cosa per anziani, da ascoltare soltanto nelle feste patronali. E quindi secondo me si è perso molto: alcune cose sono morte, altre si stanno riscoprendo piano piano, anche se non sempre questa operazione è corretta sul piano etico ed estetico. Credo che la valorizzazione del proprio patrimonio sia fondamentale. Se si perde la memoria non c’è un futuro. E il futuro della tradizione sta nella capacità di innestarlo nelle cose di oggi; altrimenti si rischia di fare un’operazione da museo e di cristallizzare qualcosa che invece deve essere necessariamente, dinamicamente in divenire.”
Quale contributo può dare il jazz in questo articolato processo? “Il jazz non era una musica colta, lo è diventata in un certo periodo storico. Oggi sta finalmente riscoprendo la sua vera radice popolare. Il successo del jazz in Europa si manifesta perché ognuno trova nelle proprie radici un innesto per fare di questa musica un fatto proprio. E questo avviene soprattutto in Italia. Tanto più io, da sardo, mi sento in dovere di indagare nel mio patrimonio per due motivi: primo perché bisogna rivitalizzare il patrimonio; in secondo luogo perché attraverso questo patrimonio posso contribuire anche allo sviluppo del jazz, una musica che volentieri si sporca le mani con quello che possediamo. Non possiamo pensare di andare a suonare soltanto una musica che viene dall’altra parte del mondo, dobbiamo trovare anche un humus che conosciamo. Poi, lasciamelo dire, essere sardi è una ricchezza: la musica popolare sarda è fortunatamente una delle più vive in Italia. E’ impensabile non guardarsi intorno. Mi sembra questo il vero lavoro da fare. Noi artisti abbiamo anche la responsabilità di trovare questo equilibrio, non possiamo far finta di non vedere. La capacità dell’artista è quella di metabolizzare il presente, di essere attento a quello che succede e di essere capace di riproporlo secondo il proprio pensiero. In questo modo la tradizione può avere un futuro e il jazz può dare un piccolo contributo.”
KOCANI ORKESTAR meets PAOLO FRESU & ANTONELLO SALIS
PORTO SANT’ELPIDIO, Teatro delle Api, 20 gennaio
Per informazioni: Tel. 0734.903512 – 346.6286586 – www.teatrodelleapi.it