La maledizione di Montezemolo

30 03 2007

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L’oggetto di una mia preoccupante nausea è un manager d’altri tempi con portafogli di benvenuto al futuro: quel Luca Cordero di Montezemolo che funesta le mie perlustrazioni mediatiche dai Mondiali di calcio nostrani del 1990. Naturalmente, non per i rigori calciati in puro stile oratorio da Donadoni e Serena nella nefasta semifinale di Napoli, ma piuttosto per le ombre sugli appalti di vecchi e nuovi impianti. All’epoca dei (mis)fatti Montezemolo ricopriva l’incarico di direttore generale del comitato organizzatore.

Nei giorni scorsi, seguendo le coordinate delle Mappe del Potere (www.casaleggioassociati.it/oracolo), il fato ci ha fatto incontrare di nuovo. L’obiettivo principale della mia indagine era penetrare la rete che governa senza inibizione alcuna le Marche attraverso le società regine del mercato. E’ un gioco che vi invito a fare, perché partendo da Indesit Company Spa, Poltrona Frau Spa e Tod’s Spa si arriva molto in alto. Intendiamoci, in alcuni casi siamo di fronte a quella che potremmo definire acqua calda, soprattutto riflettendo sull’attuale presidenza della Regione. Ma se a miscelare questo flusso nei vari Consigli di Amministrazione troviamo sempre lo stesso protagonista (il Cordero), la curiosità, capirete, aumenta.

Repubblica.it riportava oggi la notizia del convegno “Lo scenario futuro dei media. La stampa tra crisi e cambiamento”, organizzato nella capitale dalla Federazione degli editori italiani. L’attuale presidente di Confindustria e Ferrari Spa, in passato al vertice della stessa Fieg, ha puntato l’indice (lui, consigliere di amministrazione de La Stampa) sulla necessità di una maggiore “flessibilità e interfunzionalità professionale” dei giornalisti. Essendo il sottoscritto parte in causa nel tortuoso conflitto tra la categoria e gli editori, l’impegno all’autocensura ha occupato una grossa parte della mia giornata.

Infine, capita di imbattersi sempre per motivi professionali in tal Michele Porcelli, ad della Fiera Internazionale di Bologna (anch’essa presieduta dal buon Luca), membro del CdA della Quadrilatero Spa, società protagonista della realizzazione dell’omonimo asse viario che collega le Marche all’Umbria. L’uso del presente indicativo (collega) a svantaggio del futuro semplice (collegherà) sarà tema di una prossima, approfondita riflessione.

A qualche navigatore interessa sapere, giusto in coda, che il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, eletto nel 2006 da Papa Ratzinger, risulta parente del presidente di Fiat Spa e Libera Università Internazionale degli Studi Sociali aka Luiss? 

ps: considerato il dinamismo del “nostro”, non posso assumermi la responsabilità su cariche eventualmente decadute o nomine in dirittura d’arrivo…





Il dono della scrittura poetica

29 03 2007

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Ospite del secondo ed ultimo appuntamento de “La Natura dei Poeti”, rassegna promossa dalla sezione del Fermano di Italia Nostra giunta alla sua IV edizione, sarà Mariangela Gualtieri, fondatrice con Cesare Ronconi del teatro Valdoca. E’ la stessa Gualtieri ad illustrare le peculiarità della sua ultima produzione letteraria targata Einaudi.

Per quale motivo “Senza polvere senza peso” nasce lontano dalla scena? Bé, nasce lontano dalla scena perché esiste una mia vita lontana dalla scena, una mia vita fatta di pace domestica, o di ozio, o di viaggio, di amore per animali e alberi e fiumi e tante altre persone che non c’entrano con la scena, e dolori, e sogni… Tutto questo vuole essere cantato, che poi per me vuole dire condiviso, visto come se al fondo di ogni esperienza vi fossero punti comuni con gli altri, con tutti gli altri. Qualunque evento, anche minimo, può essere materia di poesia.

Come si riesce a riordinare il presente, un tema che attraversa continuamente la tua visione artistica, utilizzando il linguaggio poetico? Credo che il presente non sia riordinabile e in questo sta la sua enigmaticità, quel suo apparire così complesso. Il tentativo di “riordinarlo”, come dici tu, e cioè forse di interpretarlo, credo sia uno sforzo che ognuno tenta di compiere, uno sforzo che si deve compiere, forse, per far funzionare la propria vita. Ma come poi si riesca a riordinarlo, ecco, questa è una domanda a cui credo non sia possibile dare risposta, o per lo meno dare una risposta che valga anche per altri. Tu mi fai questa domanda come se ci fosse una abilità nell’utilizzare il linguaggio poetico. Ma la scrittura poetica ha tutta l’aria di essere un dono, un dono che arriva da fuori e che accolgo in uno stato di quasi ebetudine, di abbandono, di poca intelligenza. E dunque non c’è volontà, non c’è volontà di dire né di riordinare il presente, ma piuttosto una urgenza di far precipitare qualcosa che si è accumulato in me e che va liberato, cantato.

Quale consideri il vero punto di contatto tra le opere della tua cospicua produzione letteraria? Il punto di contatto è l’amore, quello che Dante chiama “la gran potenza d’antico amor”. Poi, ovviamente, la lingua,  la mia lingua, che è come dire la mia faccia, la mia voce, cioè quel particolare modo di mettere le parole una vicina all’altra, secondo una ritmica, una melodia, una sintassi che somigliano al mio cuore, al mio sistema circolatorio e nervoso, al mio dna. Quello che si chiama ‘lo stile di una persona’, e che nella scrittura, se scrivi con nudità, con feroce schiettezza, viene fuori da sé. Mi rendo conto che da quello che dico e che ho detto prima, può sembrare che la poesia sia frutto di spontaneismo o qualcosa del genere, ma non è così. Questa arte o gioco o mestiere che è lo scrivere, lo si pratica da qualche millennio: sono state scritte parole meravigliose e non si può, ingenuamente, fare finta che non sia così. Se ora tocca a noi, non possiamo non conoscere ciò è stato fatto prima di noi, non conoscerlo profondamente, cioè amarlo, farsi nutrire.

LA NATURA DEI POETI

Domenica 1 aprile

CAMPOFILONE

ore 10.15 ritrovo al Teatro comunale

ore 10.30 Incontro con Mariangela Gualtieri

ore 11.30 Passeggiata alla chiesa di Santa Maria d’Intignano

Per informazioni: tel. 0734.228628





Vittime di Governo

27 03 2007

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Gino Strada in questi giorni ha un altro prigioniero da liberare: Rahmatullah Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah. E stato portato via da uomini dei servizi segreti afgani martedì 20, all’alba, da allora non se ne hanno notizie: nessuna informazione sulle sue condizioni, sulla sua “detenzione” o sui motivi che l’hanno determinata è stata comunicata alla sua famiglia o a Emergency. Non sono state formulate accuse contro di lui né è stato prodotto alcun documento ufficiale che spieghi perché, da martedì mattina, Rahmatullah Hanefi si trovi nella sede dei servizi segreti a Lashkargah senza possibilità di comunicare con l’esterno. Grazie a Rahmatullah, Daniele Mastrogiacomo è oggi a casa tranquillo. Eppure, non si percepisce grande attenzione sulla sua sorte e impegno istituzionale per liberarlo. Come fosse, e sono in molti a sostenerlo, che Emergency e Gino Strada avessero strappato e gestito autonomamente la trattativa con i talebani. Non siamo noi ad essere intervenuti“, dice seccamente Gino Strada. “Ci è stato chiesto, mi è stato chiesto di intervenire, di provare a fare qualche cosa. E tutto quel che ho fatto o detto è stato concordato“.   

Quando ti è stato chiesto di intervenire? E chi te lo ha chiesto? Ero in Sudan, a Kartoum, dove stiamo per aprire un centro di cardiochirurgia di altissimo livello che cercherà di soddisfare – gratuitamente per tutti – il fabbisogno di una regione vasta più dell’Europa intera. Decisamente in tutt’atre faccende affaccendato, quando ho ricevuto la prima telefonata. 

Chi ti ha chiamato? Prima mi ha chiamato la Repubblica, il direttore Ezio Mauro. Poi sono stato contattato dal Governo italiano. Entrambi, il giornale e il Governo, mi hanno chiesto di attivarmi per portare a casa Daniele. Sapevano del ruolo di Emergency, del rapporto che Emergency ha con la popolazione afgana, della stima e dell’affetto che ci circondano in questo paese. E io mi sono subito attivato, ovviamente. Salvare vite umane è importante sempre e comunque. 

Come? Ho avvisato la sede di Milano, e ho attivato immediatamente Rahmatullah Hanefi, il manager dell’ospedale di Lashkargah. Lavorando laggiù, ero certo che avrebbe trovato la strada per raggiungere il mullah Dadullah. E infatti l’ha trovata. E da subito ci è stato chiarito che l’unico canale praticabile per portare i messaggi di Dadullah e le risposte del Governo italiano sarebbe stato il nostro. Proprio per il credito che Emergency ha acquisito con il suo lavoro e la sua professionalità. 

Chi ve lo ha “chiarito”? I talebani. 

Ma che ruolo avete avuto? Diciamolo una volta per tutte. Il nostro ruolo è stato quello, semplice per modo di dire, di postini, di portaparola. Ovvio che una parola portata da un’organizzazione come Emergency, proprio per quello che fa in Afghanistan dal 1999, vale più della parola portata da altri. Che nel migliore delle ipotesi sono dei perfetti sconosciuti. Nella peggiore e più realistica sono visti come dei nemici. Come coloro che stanno, ancora una volta, portando guerra in questo martoriato paese. 

Ma avete trattato voi? Non ci saremmo mai permessi di trattare. Non è il nostro compito, non è il nostro ruolo, non è nel nostro potere farlo. Eravamo pronti a chiedere un gesto umanitario, nel caso la situazione fosse precipitata. Ma più che quello non avremmo potuto fare. Ci siamo limitati a trasmettere i messaggi da un protagonista all’altro, tra il Governo e i rapitori. 

Quindi non avete posto condizioni, come l’uscita di scena dei servizi italiani? Assolutamente no. Abbiamo prima consigliato che il loro ruolo fosse il più discreto possibile. Solo perché sapevamo che la pretesa della parte talebana era di trattare attraverso Emergency. E perché sappiamo quanto controllino effettivamente il territorio. In seguito è stato proprio Dadullah, in una telefonata che ci è arrivata domenica 18, a dirci che sapeva dell’arrivo di alcuni italiani a Kandahar. “Se non spariscono – ci ha detto – Daniele e il suo interprete sono morti”. Ci siamo limitati a riferirlo immediatamente. 

Ma tu non hai mai avuto a che fare con i servizi o sì? Io no di certo. Ma so che in Italia c’era chi, per Emergency, stava in contatto con dei funzionari costantemente. E so che anche il loro ruolo è stato importante. Da quanto mi hanno detto dall’Italia, sono stati loro a gestire i rapporti con i servizi “alleati” ottenendo che non si commettessero imprudenze. 

Tipo dei blitz armati? Non lo so. Ma immagino che ci fossero alcuni che spingevano per questa soluzione. 

Ma tu sai quanti canali sono stati aperti da altri, o hanno tentato di aprire altri? No, ma so che c’è stato un momento – un altro momento in cui Daniele e il suo interprete hanno rischiato la vita – in cui persino gli afgani hanno provato ad aprire dei canali. Che ovviamente sono stati rifiutati, e hanno causato problemi. 

Una delle critiche che sono state fatte è stata l’eccessiva publicità data alla vicenda e alle varie fasi della trattativa. Noi avevamo chiesto l’assoluto riserbo. Sono stati altri a parlare di “canali umanitari”. Ed era ovvio a quali canali si riferissero. Tant’è che i centralini della sede di Milano sono diventati roventi, dopo quella frase sui canali umanitari. Abbiamo chiesto da subito un comportamento responsabile della stampa. Ma non sempre il mondo dell’informazione ha capito quanto fosse rischioso accreditare le notizie più strampalate. Si è addirittura detto che Daniele era libero, ad un certo punto. E anche questo ha messo a rischio la sorte dei prigionieri dei talebani. 

Ti riferisci a quando i Talebani hanno poi rilanciato chiedendo cinque persone invece che tre? Uno dei tre che avrebbero dovuto uscire ha preferito rimanere in carcere. Temeva che una volta fuori, volessero ucciderlo. Per questo Dadullah ha cambiato le sue richieste. 

Cosa ti ha lasciato questa storia? Cosa mi ha tolto, semmai. Un fondamentale collaboratore. Un grande amico, di cui non ho notizie da tre giorni. Per adesso quel che rimane, oltre alla gioia per la liberazione di Daniele, è l’amarezza per la morte del suo autista, la grande preoccupazione per Rahmat e Adjmal Nashkbandi, entrambi scomparsi. E l’amarezza nel constatare che non per noi, ma per altri in Italia, la sorte di due afgani, uno dei quali indispensabile alla liberazione di Daniele, non è poi così importante. 

(intervista inoltrata da Emergency – www.emergency.it)





La parola data

27 03 2007

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Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell’ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all’alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”.

Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto  potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi,  l’interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.

Domenica 25 marzo, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency.

Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data. 

Teresa Sarti Strada (Presidente di Emergency)

www.emergency.it/appello





Fogli liberi

21 03 2007

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Per carità, io ho votato Prodi perché Berlusconi proprio no, ma non possono continuare ad andare laggiù a finanziare i talebani perché così la guerra non finisce mai

Voci di edicola, mattiniere e drammaticamente palpabili. Per la signora c’è differenza tra Prodi e Berlusconi nella gestione dell’attività di Governo. Al sottoscritto questa asimmetria sfugge.

Quelli che “non possono continuare ad andare laggiù” sono giornalisti come Giuliana Sgrena e Daniele Mastrogiacomo. Perché i conflitti del terzo millennio, ed è questa la novità che la signora è riuscita a cogliere nel suo zapping quotidiano, continuano ad alimentarsi per la presenza di chi ha preferito la notizia alla velina, la verità al bavaglio.

Inconsapevole, la nobildonna si inserisce sulla stessa lunghezza d’onda dei buffoni di corte pro domo sua (di Silvio I da Arcore). Direttori di testate (e conduttori televisivi) che da anni denunciano all’unisono la dittatura della stampa comunista marxista leninista. E che sia sul pagamento del riscatto della Sgrena che (soprattutto) sull’uccisione di Nicola Calipari hanno lasciato scivolare un velo d’oblio. Senza sforzo alcuno.

Oggi eccoli pronti ad immolarsi, televisivamente s’intende, per denunciare una resa del Governo nei confronti del terrorismo. Un plotone di esecuzione che, circumnavigando Giuliano Ferrrara, va da Maurizio Belpietro a Vittorio Feltri, “uomo Libero” che i suoi giornalisti non li manda in zone di guerra e che riesce nella sera del rientro di Mastrogiacomo a definire quest’ultimo “comunista, come la Sgrena”.

Capita poi che tra loro altri buffoni vespaioli collochino un Edward Luttwak sull’orlo di una crisi di nervi, giusto per aumentare la confusione, e il cerchio si chiude.

L’epilogo? Al nostro Paese e alle sue istituzioni la sola e unica responsabilità del progressivo recupero dei talebani in terra afhgana. Perché sono i riscatti pagati per liberare quei giornalisti “che proprio non riescono a stare a casa loro” a rinvigorire le milizie. E a narcotizzare i buoni intenti della “libertà duratura”.





Ah Romano, ricordate degli amici!

16 03 2007

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Vorrei essere libero, libero come un uomo. Vorrei essere libero come un uomo. Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura, sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà. 

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. 

Vorrei essere libero, libero come un uomo. Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà. 

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.  La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. 

Vorrei essere libero, libero come un uomo. Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza, con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà. 

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche un gesto o un’invenzione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.  La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.

A (de)scrivere con queste parole il senso della libertà è stato Giorgio Gaber. Nel 1972. Nell’Italia che non ne vuole sapere di crescere, di destarsi da un decennale torpore, imprimo nella rete un dodecalogo che nasce dal desiderio di partecipazione.

1 ) Dal Molin a Vicenza, Torino-Lione, Ponte sullo Stretto.

2 ) Riforma del sistema elettorale, azzerando qualsiasi forma di privilegio alle segreterie di partito.

3 ) Diritto di voto per gli immigrati.

4 ) Gestione totalmente pubblica dell’acqua.

5 ) Aumento dei fondi destinati alla ricerca e all’università, con garanzie per i ricercatori precari e frantumazione delle baronie di facoltà.

6 ) Riconoscimento dei diritti per le coppie di fatto, omosessuali compresi.

7 ) Riforma del sistema radiotelevisivo e legge sul conflitto d’interessi.

8 ) Legge 30 sul lavoro.

9 ) Politica estera di impronta comunitaria, con aperture concrete verso i nuovi mercati asiatici, sudamericani ed africani.

10 ) Priorità assoluta al contrasto alle mafie nazionali ed internazionali, con potenziamento della relativa Commissione parlamentare ed aumento dei finanziamenti a tribunali e magistrati.

11 ) Nuova normativa sulla disabilità, con inasprimento dei controlli su lavori pubblici e privati.

12 ) Un incisivo ruolo dell’ambiente e del patrimonio storico/artistico/culturale nello sviluppo economico del Paese.

Il Corrado Guzzanti nei panni di un borgataro Rutelli direbbe: “Ah Romano, ricordate degli amici!“. Perchè gli amici, se delusi, possono dimenticare con una semplicità disarmante. Liberi di non partecipare a questo scempio, Presidente Prodi.





Kamikaze ‘pistacoppi’

15 03 2007

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“O ma’, che ci sta’ li terroristi?”. Me la immagino in questi termini la domanda di un’adolescente alla propria mamma nel mattiniero girovagare per le vie di Macerata.

Perché da oggi anche nella nostra terra va in scena il reality show del terrorismo post 11 settembre. L’esercitazione, con tanto di cattura dell’immaginario attentatore ad un bus in servizio, fuggito in quel di Civitanova, ci allinea finalmente a metropoli del calibro di Milano, Roma, Napoli e Torino. Dico finalmente perché non ne potevamo più, come marchigiani, di essere sistematicamente relegati in seconda o terza fascia all’occhio del Grande Fratello.

E’ tempo di riflettori puntati anche sui pericoli di casa nostra. Perché in fondo cosa ci manca? Obiettivi sensibili (cattedrali, pievi, monasteri, diocesi e prelati di grande influenza nei salotti che contano…e contano… e contano…), un crescente tasso di immigrazione comunitaria ed extracomunitaria (la più imponente comunità pakistana è di stanza a Corridonia, a pochi chilometri dal capoluogo di provincia) e la presenza di insediamenti industriali ed imprese che contano soci targati Rcs e Confindustria: abbiamo tutte carte in regola.

Siate onesti, quindi: dopo aver testato i riflessi di Forze dell’Ordine, Protezione Civile, Prefettura e volontariato, abili a smantellare una temibile cellula di kamikaze ‘pistacoppi’, non percepite nell’aria un maggiore senso di sicurezza?





Gli anni non raccontati

14 03 2007

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(LO SPETTACOLO E’ STATO RINVIATO A MARTEDI’ 27 MARZO) 

Le distinzioni con gli anni ‘70, quando si fa riferimento al rigurgito dell’estremismo targato Brigate Rosse, sono d’obbligo. L’analisi di Marco Baliani parte dall’assunto che il mondo di oggi è profondamente diverso dal quello del 1978. Per poi tuffarsi nel suo “Corpo di Stato”.

Ho fatto una narrazione dove l’elemento soggettivo è preponderante. Non è mio compito analizzare i fatti storici nella loro oggettività. In qualche modo illumino una parte di quella storia che coincide con parte della mia generazione. L’assassinio di Aldo Moro resta ancora uno dei buchi neri della nostra storia giudiziaria e sociale, insieme alle altre stragi. Un grande vuoto, sul quale non è stata fatta alcuna chiarezza: dai fascicoli di Monte Nevoso a quello che Moro ha detto, dal numero dei brigatisti coinvolti a chi ha sparato.

E tante ancora sono le cose ancora omesse, senza risposte. Al tempo di Edipo se uno non scopriva la verità arrivava la peste, metaforicamente, nella città. Forse bisognerebbe capire quale peste abbiamo addosso noi come paese: questa incapacità dei governi a governare, questa assoluta follia rappresentativa della politica che ormai è diventata un’oligarchia. La nostra è una società che non è stata capace di raccontare se stessa e di svelare la verità di atti terribili e tragici. Ed è una società destinata a perire di negatività, di menzogne. Ecco perché non è così inspiegabile che si scoprano altri pazzi furiosi come questi brigatisti di adesso. Sono oscenamente al servizio di una ricerca assoluta di verità che arriva alla paranoia e alla follia, anche perché intorno c’è una società che questa verità non ha voluto indagare. C’è una malattia. Mentre Edipo va fino in fondo, a costo di scoprire che il responsabile è lui stesso.

Questa malattia sembra possibile affrontarla oggi soltanto attraverso la voce degli artisti. “Non penso sia una cosa buona. Se l’artista è costretto a sostituirsi al politico, allo storico, al giornalista, vuol dire che c’è qualcosa di profondamente malato nella società. L’artista si dovrebbe occupare di conflitti. Quello che cerco di fare in “Corpo di Stato” è di occuparmi del mio conflitto personale sul tema della violenza, sulla decisione di finirla con un periodo storico. Cerco di non occuparmi della storia con la s maiuscola. Ciononostante, è uno spettacolo che racconta in un modo molto vivido e forte quegli anni così poco raccontati. C’è un non detto, un rimosso, un non voler fare i conti con quella storia, che va da sinistra a destra.”

La vera trasversalità!Sì, perché i ricatti sono trasversali. Tutti in qualche modo sono coinvolti. Pensiamo ad una figura come Cossiga: sa tutto, è il Tiresia della situazione!

Nel 2008 ricorre il trentennale dell’omicidio Moro.Sto pensando di fare molti “Corpo di Stato”, di farlo conoscere e forse poi chiuderlo lì. Dopo 30 anni forse ha senso di finirla così. Poi parlino altri.

Con “Pinocchio nero” e “L’amore buono” hai spostato il tuo sguardo verso l’Africa.La cosa parte dalla necessità di rendermi utile con il teatro. Più che l’esposizione dei contenuti, conta il percorso fatto con i ragazzi. E’ un’altra forma di uso del teatro, per permettere a venti ragazzi di salvarsi la pelle. C’è un legame con “Corpo di Stato”: quando ho iniziato a fare teatro mi sono salvato la pelle, non sono stato coinvolto nelle pistole che giravano in quel periodo, lo dico con molta chiarezza all’inizio dello spettacolo. Ho portato il mio teatro e tutta l’esperienza accumulata a questi ragazzi, e insieme siamo riusciti a realizzare questo. Che poi il contenuto dei miei spettacoli abbia a che fare con il problema della dignità umana o quello dell’AIDS è una necessità data dal luogo, dall’essere utile non solo a quei ragazzi ma anche dalla società circostante. In Africa questi sono i temi più esplosivi. E mi è sembrato giusto occuparmene, così come in Italia un’artista sente di quanto sta succedendo intorno alla propria società. In questo senso il mio continua ad essere un teatro politico, che parla alla polis, non mi interessa fare cose che non parlano questa contemporaneità. Tento sempre di continuare a lavorare su di una scia legata a dei conflitti che mi attraversano.

Negli ultimi anni anche il mondo letterario ti ha visto protagonista.Questo comincia ad essere un percorso serio. Ho pubblicato il romanzo “Nel regno di Acilia” con Rizzoli, con la quale sto per uscire con un’altra raccolta di racconti. Anche “Pinocchio nero” e “L’amore buono” sono finiti su libri. E’ un altro linguaggio che per tanti anni ho tenuto un po’ lontano da me perché ero più preso dall’oralità e dalle riflessioni su cosa vuol dire narrare, raccontare, essere in scena, essere lì con il corpo. E’ una sfida per tentare di trasferire in scrittura la mia immagine della corporeità dei personaggi. Perché non penso che ci si debba chiudere all’interno di un solo linguaggio.

CORPO DI STATO 

Rassegna Teatri d’Inverno di Esteuropaovest 

Martedì 27 marzo

MORROVALLE  ore 17 Palazzo Lazzarini  incontro con Marco Balani

ore 21.15 Teatro ComunaleCorpo di Stato

di e con Marco Balianiregia di Maria Maglietta

Per informazioni: tel. 0733.223130 – 222379 – www.esteuropaovest.it





Uno Stato Benedetto

13 03 2007

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LEGGE FONDAMENTALE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO

Art. 1 Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. 

COSTITUZIONE ITALIANA

Art. 1 L‘Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 29 La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

INGERENZA Intromissione o partecipazione di qualcuno in affari riguardanti altri. 

FAMIGLIA Nucleo di persone formato da marito, moglie e figli che convivono insieme. Con significato più largo, anche generi, nuore, nipoti o altri parenti, specialmente se vivono sotto lo stesso tetto. Con valore ancora più largo, la cerchia delle persone intime di casa». Altra definizione è quella di un «raggruppamento di persone o cose aventi caratteri comuni o comunque uniti da qualche legame. 

DICO DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi. Chi sono i conviventi? «due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale».

Dopo queste digressioni di carattere giuridico/semantico, qualche domanda per lei, caro Benedetto XVI. 

E’ a conoscenza del fatto che affermare che esistono “leggi contro natura che politici e legislatori cattolici consapevoli della loro grave responsabilità sociale non devono votare” significa interferire nell’attività di un Parlamento eletto e nel dibattito politico, contrariamente a quanto sottolineato per suo conto dal Cardinale Scola (“I pronunciamenti dei vescovi sui Dico non hanno carattere politico, essi fanno parte di un insegnamento magisteriale che a loro tocca e compete”)?  E’ a conoscenza, nel momento in cui scaglia il suo anatema contro quei “cattolici che ricoprono ruoli pubblici” e che dovrebbero dare “pubblica testimonianza della propria fede”, che quello italiano è e resta uno Stato laico? 

E’ a conoscenza della crucialità della divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) nel processo democratico di una nazione? E che l’alternativa, vale a dire l’accentramento degli stessi, continua ad essere definita dittatura (vocabolario alla mano, «forma di governo in cui il potere statale è concentrato nelle mani di una sola persona»)? 

Prima di scagliare ulteriori anatemi, faccia decadere ogni singolo privilegio arrogato dalla Chiesa. E avvii una riconfigurazione complessiva del suo “gregge”, allineandolo giuridicamente al pari delle nazioni più evolute. Soltanto in quel caso potrà risultare, agli occhi sia di quei cattolici svincolati dal suo integralismo che delle migliaia di “deviati in Carnevalata” di Piazza Farnese, un interlocutore credibile.





Sentinella, dove sei?

6 03 2007

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Quale ruolo riveste l’informazione nell’educazione alla legalità? Secondo Lorenzo Baldo, vice direttore del periodico nazionale ANTIMAFIAduemila, con sede a Sant’Elpidio a Mare, tutto è legato a doppio filo dalla linea editoriale. Perché se si muove a favore della ricerca della verità, il direttore inviterà i propri redattori e giornalisti ad andare avanti anche se ci sono nomi scomodi, collegamenti tra mafia e politica, notizie che toccano il potere. Se invece questa volontà non è presente ma si manifesta piuttosto una paura nel fare giornalismo d’inchiesta, ci si rassegna a rimanere in una situazione di stallo.

A livello giornalistico in Italia siamo messi veramente male: le inchieste si riescono a fare con il contagocce, quando si toccano i poteri politici ed imprenditoriali si rischia tantissimo. Il rischio più grave che possiamo correre è che questa situazione già esistente continui ad esistere e che la stampa libera sia sempre dì meno e sia sempre più ritagliata in piccole nicchie.

Dovremmo parlare di una realtà tangibile piuttosto che di un rischio. Le sentenze Andreotti e Dell’Utri sono passate troppo velocemente attraverso i media. Dell’Utri, ad esempio, continua a scorazzare per tutta l’Italia sbeffeggiando i propri giudici e mettendosi a parlare di cultura ai giovani. Ma domandiamoci quale esempio stiamo dando in quel momento agli stessi giovani. Riguardo Andreotti, un comune cittadino non va a leggersi 2.000 pagine di sentenza. Legge il titolo del giornale, non certamente come sia dimostrato che fino al 1980 quest’uomo abbia avuto contatti ripetuti con Cosa Nostra per mutui e reciproci scambi di favore. La cosa allucinante è che questi personaggi hanno l’audience di milioni di persone. Da qui si capisce come in Italia l’informazione non agisca da sentinella ma sia piuttosto succube del potere.

In tema di legalità, dal Governo in carica ci si aspettava un cambiamento radicale. Ad oggi qual è lo stato delle cose? Da un punto di vista etico, per quanto riguarda la politica o la stessa società, tutto sembra andare in direzione opposta. Nonostante ci fosse l’idea di un cambiamento, alla fine ci si accorge che chiunque va al potere veramente cambia atteggiamento, cambia faccia. In questi casi la domanda costante dei cittadini è: che senso ha il mio voto? La politica, in questi primi mesi del nuovo governo, dimostra che il potere uniforma tutti, non c’è più quello spirito di innovazione, salvo rarissime eccezioni. La gente che osserva questi cambi di governo e di ministri si accorge che di guerra si continua a parlare, che di basi militari se ne continua a parlare, che non c’è la voglia di rimettere la lotta alla Mafia come priorità, di ridare forza alla giustizia potenziando i mezzi dei magistrati, capovolgendo le leggi vergogna che sono state fatte negli ultimi cinque anni. Sono tanti punti per il momento fermi, bloccati, e non c’è aria di cambiamento. E la disillusione che cattura il cittadino lo porta a disimpegnarsi, a non mettersi in discussione o a cercare soluzioni. Le forze negative del potere ottengono quindi una cittadinanza completamente amorfa.

Politica, mafia e ultras: ci si dimentica che certi messaggi passano anche per le curve. Alla Favorita di Palermo nel dicembre del 2002 è stato esposto uno striscione piuttosto esplicito, rivolto alla classe dirigente: ‘Uniti contro il 42bis. Berlusconi dimentica la Sicilia’. Siamo in un Paese dove se non c’è un fatto eclatante, come l’omicidio di un poliziotto o di un magistrato, le gente è talmente assuefatta che non reagisce più. Da una parte non c’è interesse, dall’altra (le istituzioni) non c’è la volontà di tenere viva l’attenzione. Politica, alta finanza, imprenditoria: grazie a questi legami che Cosa Nostra è potente. Perché se non ci fossero sarebbe una banda criminale facilmente annientabile. Ma se lo stesso Stato scende a patti è chiaro che non ci sarà mai la volontà di debellarla completamente e questa trattativa si passerà di mano in mano, di governo in governo. Ci sono troppi scheletri nell’armadio che riguardano le stragi di Stato come Via D’Amelio, Capaci, fino a Piazza Fontana, situazioni che vedevano legate a doppio filo criminalità organizzata, terrorismo e ambienti istituzionali Finché questi misteri rimarranno coperti dal famigerato segreto di Stato non avremo mai giustizia, ne verità. Il dovere dei mezzi di informazione è proprio questo: stimolare la gente ad uno spirito critico, non accontentandosi di filmetti o di articoli blandi dove
la Mafia sembra finita o Provenzano un poveraccio che vive a pane e ricotta nascosto in un casolare. Provenzano aveva contatti con i Servizi Segreti, con la politica, era protetto dalla Chiesa: tanti aspetti che dimostrano i legami potenti di Cosa Nostra, capaci di tenerla viva. E se la gente abbassa la guardia, tutto passa, a partire dalle leggi vergogna.
 

INFORMAZIONE E POTERE 

Mercoledì 7 marzo

PORTO SAN GIORGIO ore 21 Teatro Comunale

Roberto Morrione (giornalista, ex direttore Rai News 24)

Antonio Conte (vice presidente Megachip)

Marco Travaglio (giornalista)

modera l’incontro la redazione di ANTIMAFIAduemila

partecipano Massimo Rossi (Pres. Provincia Ascoli Piceno),Licia Canigola (Ass. Politiche Sociale Provincia Ascoli Piceno) e Claudio Brignocchi (Sindaco Porto San Giorgio) 

Per informazioni: tel. 0734.810526 – 347.3754609www.antimafiaduemila.com