Ci ho provato. A convincermi, dopo la tappa sangiorgese del Signor W, che la scelta del Partito Democratico alle prossime elezioni fosse l’ultima soluzione possibile per superare l’empasse ed affrontare un’emergenza già dentro le nostre porte.
A piegarmi ad una dialettica riformista che poi, per non scalfire l’establishment di Piazza Affari (e substrato), tende a crogiolarsi nel suo conformismo d’annata.
Ci ho provato ad accantonare – quasi estirpandole – le radici di un pensiero (il mio) poggiato su di una sostenibilità tangibile. Che prima di orientare le proprie scelte verso rigassificatori e nucleare pratica, nel quotidiano, la civiltà dei piccoli gesti.
Ci ho provato a dimenticare le partenze romane, arcobaleno in mano, per urlare (sì, urlare!) che ogni conflitto rende le nostre vite più fragili e permeabili ad una demenza da conquista.
Ho tentato persino di scardinare la convinzione che l’unico conflitto manifesto, quello di classe, sia ineluttabile in una dimensione sociale a due velocità: lavoratori sempre più precari ed imprenditoria che da un orecchio, quello dei salari e della tutela della sicurezza, proprio riesce a sentire.
Ci ho provato. But i can’t.
Perché la trepidazione per il ritorno dell’uomo nero (di rifatto cuoio capelluto e di alleanze) non mi è più sufficiente. La chimera del 2006, pigramente liquefattasi, ha catapultato la sinistra tutta in una perversa rimescolanza di volti, contenuti ed obiettivi.
E se ad un mese dal voto constato che la prospettiva di un cambiamento resta arginata tra un Bertinotti politicamente moribondo ed un Veltroni ‘quantunquemente’ labile – entrambi icone di una stagnazione delle coscienze –, allora è arrivato il momento di passare la mano. E di ricostruire. Anche a costo di perdere il pullman.
