Sei una delle figure più importanti della musica italiana. Quali stereotipi riscontri nel tuo girovagare per il mondo in riferimento al nostro modo di fare jazz?
“Mi sembra che nei confronti del jazz italiano sempre di più ci siano stima e rispetto. E questo è un fatto decisamente importante. C’è sì uno stereotipo, che è poi come gli stranieri tendono a vedere un po’ l’Italia, come cercano sempre di individuarla per luoghi comuni. Ma c’è un’idea del jazzista italiano abbastanza creativo, un po’ divertente, un po’ teatrale. Fuori tendono a vedere il jazz italiano come una musica melodica, solare, alcune volte gigionesca in alcuni progetti, anche se non è così nel mio caso. Non voglio dire se questo sia buono o meno, dico semplicemente che c’è un modo di vedere l’italiano che va per stereotipi. Al di là di tutto questo – che potrebbe essere limitante per il nostro jazz, ma che io invece reputo molto più ricco di come in realtà lo si vede fuori – il dato interessante è che nei nostri confronti c’è un grande rispetto.”
Attraverso il jazz, come può essere espressa nella maniera più adeguata la nostra mentalità, la nostra cultura?
“Molti colleghi non sono d’accordo con la nazionalizzazione del jazz. Sicuramente la nostra musica è riconoscibile, quindi non sbagliano i nostri colleghi d’oltralpe ad identificarci. Perché noi non ce ne rendiamo conto, ma di fatto quando sentiamo i suoni francesi, spagnoli, tedeschi, etc, ci rendiamo conto che siamo diversi. In Spagna c’è un tipo di jazz che si rifà molto al flamenco; nella cultura olandese c’è questo aspetto legato al teatro; in Francia sono un po’ più seriosi. Insomma, direi che il jazz non può non tener conto di quelle che sono le peculiarità di ogni luogo, di ogni cultura, di ogni nazione, di ogni esperienza. Non vedo assolutamente il bisogno di dover nascondere la nostra cifra, che è molto ampia. Non credo ci sia in Europa un jazz più ricco di quello italiano. Non dico migliore o peggiore, ma ricco nel momento in cui ci sono musicisti che si rifanno al be bop, alla musica mediterranea, altri che trattano il repertorio dell’opera. C’è questa ricchezza espressiva del jazz italiano. Da un lato è sbagliato quando gli stranieri identificano l’italiano in una sigla; d’altro canto è vero che questa grande complessità della proposta italiana è quel qualcosa che la caratterizza in un modo preciso rispetto al jazz che viene da fuori. Sono convinto che il jazz abbia una dimensione molto nazionalista: esiste un jazz italiano, molto sfaccettato, come esiste un jazz spagnolo, un jazz francese, un jazz dei paesi dell’Est, etc. Al giorno d’oggi è un fatto positivo, e cioè la necessità in una società che va verso l’uguaglianza di preservare quell’originalità che ogni posto ha, che è legata alla cultura, alla storia. E nello stesso tempo è fondamentale che questa originalità venga messa nel crocevia del mondo. Più specificità ci sono nei vari paesi, più questa cosa diventa una ricchezza espressiva da mettere poi in circolo.”
L’improvvisazione ne è un tratto distintivo. Come vivi questo aspetto, sia professionalmente che a livello personale?
“Io ritengo che il jazz non sia solo improvvisazione. L’aspetto improvvisativo è per me fondamentale, ma sono fortemente convinto della necessità di creare delle architetture che possono essere di varia natura: improvvisative ma anche la creazione di brani che abbiano una forte struttura interna, che hanno delle basi che si muovono attraverso un processo di costruzione formale. Ecco, il jazz è anche questo: costruzione formale. A me piace l’idea di un musicista che trova un equilibrio tra la scrittura, la costruzione della forma e poi naturalmente l’improvvisazione, che resta l’aspetto più empatico. Personalmente sono sì legato alla forma, ma se poi dovessi fare tutti i giorni la stessa cosa non mi sentirei più un musicista di jazz. Anche il rapporto con lo strumento è naturalmente fondamentale, perché le due cose sono in comunione. Lo strumento non è scisso da quello che è il rapporto con l’improvvisazione. Il musicista jazz deve in qualche modo mettere in comunicazione questi due mondi, trovare un equilibrio in parte interiore soprattutto tra quello che è l’aspetto strumentale e quello che è l’aspetto dell’espressione, e quindi parliamo di improvvisazione, di scrittura, di relazione con i propri musicisti, parliamo di interplay. Al di là di tutto, l’aspetto che mi piace di più della musica è quello emozionale, quello più diretto, quello più di pancia piuttosto che di testa. Mi piace trovare un equilibrio tra questi mondi apparentemente diversi tra di loro.”
Ripartendo da queste tue considerazioni, è possibile insegnare il jazz? E soprattutto, è possibile insegnare a ‘sentirlo’?
“Credo sì. Non è possibile insegnarlo nel senso che non è possibile far diventare qualcuno un’artista di jazz, ma è possibile dare degli strumenti affinché si possa apprendere più velocemente e si possa comprendere meglio. Dopodichè essere artisti veri è un qualcosa che non si insegna, è un qualcosa che non si trasmette. Questo concetto di trasmissione ha a che fare con la didattica: frequentare un maestro di un certo tipo che ti trasmette delle cose è un ottimo strumento didattico. Credo che la didattica sia comunque importante. Non tutti ne hanno naturalmente bisogno, soprattutto nel jazz: ci sono persone che potranno studiare tutta la vita e non diventeranno mai dei musicisti comunque, anche con un insegnante straordinario, e ci sono persone che invece essendo molto portate comunque arrivano. Detto ciò, penso che lo strumento didattico possa essere un ottimo compendio per la crescita e per lo sviluppo. Non posso dire che la didattica non serva, ma non posso neanche dire che sia il vero passepartout per arrivare alle cose. Questo credo faccia parte di qualsiasi tecnica, di qualsiasi linguaggio. In particolare nel jazz, essendo un linguaggio estremamente personale e spontaneo, questo concetto è molto più evidente.”
Sempre di più umorismo ed ironia si impastano nelle atmosfere del jazz.
“Penso che sia una delle belle cose della musica. Ognuno di noi ha dentro anime e personalità diverse. La musica si divide in musica buona e in musica cattiva. All’interno ci sono poi mille sfaccettature diverse. La capacità del musicista è proprio quella di descrivere attraverso il suono una sorta di campionario, di arcobaleno di colori e di espressioni, di sonorità, di mood, di stati d’animo completamente diversi. Poi è chiaro che ognuno di noi ha le sue predilezioni. Io ad esempio mi sento un musicista più introverso che estroverso, ma questo non significa che quando mi posso approcciare ad un progetto della Kocani Orkestar, che è la festa pura, questo non mi interessi. Quando faccio la mia musica scelgo alcuni aspetti piuttosto che altri. In ognuno di noi ci sono diversi modi di intendere l’arte, di intendere la musica. Poi alcune volte ne facciamo uscire alcuni più prepotentemente rispetto ad altri, a seconda della nostra personalità.”
Che orientamento hai nei confronti dell’elettronica e delle nuove tecnologie?
“Io la faccio da sempre, uso le macchine elettroniche da venticinque anni, quasi da quando ho iniziato a suonare il jazz. All’inizio avevo comprato alcune macchine per avere un buon suono sul palcoscenico, anche perché mi piaceva molto l’utilizzo della sordina che necessitava di un microfono particolare per ottenere una sonorità che veniva in qualche modo da Miles Davis. Dopodichè, lavorando, ho scoperto che queste macchine potevano fare molto altro, cioè si potevano fare dei doppi suoni, tripli, delle note lunghe, etc. Comunque, uso l’elettronica con molta parsimonia. Credo sia una sorta di protesi dello strumento, e in parte del pensiero. Per cui vedo l’elettronica non come uno strumento separato, ma come un compendio che in qualche modo possa servire ad ampliare il bagaglio espressivo degli strumenti. La vedo sempre come un qualcosa che deve essere dominato dal musicista e che deve servire in alcuni casi semplicemente per ampliare il bagaglio delle possibilità sonore. Creativamente ci sono poi dei momenti nei quali l’elettronica può essere interessante per realizzare delle cose in tempo reale, per scrivere, per inventare delle cose nuove ma sempre generate dal pensiero. Altrimenti è troppo facile mettersi nelle mani dell’elettronica.”
Quali canzoni custodisce il tuo I-Pod?
“Ho l’I-Pod, che non uso mai, e ho un computer con tutto dentro, che uso pochissimo. Non amo molto ascoltare la musica con le cuffie. Utilizzo queste cose per lavoro, tipo se devo tagliare per costruire un disco prendendo pezzi da un parte all’altra, allora utilizzo il pc con dei programmi musicali. Diciamo che se ho un momento di svago non mi metto con l’I-Pod a sentire musica. Non amo molto questa dimensione, soprattutto in viaggio. Preferisco sentire la musica a casa.”
Da quali ascolti musicali è modellata la tua giornata tipo?
“Tutto quello che mi capita. E naturalmente ascolto molto per lavoro, perché mi mandano moltissime cose, in parte perché dirigo un festival e dei seminari. In modo molto ligio ascolto tutto – sono uno dei pochi! – e poi scrivo a tutti gli allievi una piccola parola perché mi piace questa idea del confronto, serve anche a me per imparare delle cose, per conoscere persone nuove, per sentire, per tenermi informato, per comprendere progetti che magari mi possono interessare. Altrimenti, se devo mettere i miei dischi preferiti a casa, devo dire che alla fine ascolto sempre le stesse cose: dalle variazioni di Bach, passando per Maria Bethânia, alcune cose della ECM, i vecchi dischi di Davis o di Coltrane, cose molto diverse ma che non necessariamente hanno a che fare con l’attualità. Poi è chiaro che se compro un disco particolare perché mi incuriosisce lo ascolto. Come ascolto anche musica barocca: Monteverdi, Passen, Eden. Questo è l’ascolto per piacere personale. C’è poi quello per lavoro, dove ci sta di ascoltare anche quello che non vuoi sentire ma sai che è importante farlo.”
E tuo figlio cosa ascolta?
“Andrea ha 3 mesi. Il giorno che l’ho portato via dall’ospedale gli ho fatto ascoltare Alina di Arvo Part, che è una cosa che sentiva molto quando era in pancia. E poi ha ascoltato di tutto, compresi tre miei concerti da quando è nato: la prima volta un concerto per tromba ed organo che ho fatto in una chiesa insieme a Claudio Astronio, ha sentito il progetto su Leo Ferrè con Gianmaria Testa e l’altra sera la Kocani… credo che lì sia rimasto un po’ sconvolto dai volumi del suono, però l’ho visto anche ridere. Credo che dopo questo tutto il resto sia passabile… anche Jimi Hendrix!”
Il jazz suscita nell’immaginario collettivo un interesse particolare, forse alimentato dalle numerose leggende che vedono protagoniste le icone di questo genere musicale. Come lo stesso Chet Baker. Si narra ad esempio che il jazz in Italia sia stato portato dal trombettista statunitense.
“In Italia il jazz in Italia è arrivato attraverso i dischi americani, però certamente Chet da questo punto di vista ha avuto un’importanza particolare perché era molto amato. Quando combinava i suoi casini, come quando è finito in galera per l’utilizzo di droghe, se ne è molto parlato sui giornali, sui rotocalchi. Era un musicista che è riuscito a superare la nicchia di popolarità del jazz. Insomma, è stato uno di quelli che ha contribuito a far amare il jazz in Italia. Non l’ha portato lui ma ha dato un contributo importante perché era una figura carismatica, un po’ leggendaria, un po’ cinematografica, con questo volto alla James Dean e questa vita così rocambolesca.”