Il segnale

29 04 2008

 

 

Oltre alle imitazioni di Tremonti e Bossi, c’è un personaggio modellato da Corrado Guzzanti che ancora riesce a travolgermi. E’ l’incappucciato che chiama a raccolta i fratelli massoni. E lo fa attraverso un segnale perentorio: il riporto dei capelli di Renato Schifani.

Il neo eletto presidente del Senato ha una storia personale piuttosto tortuosa. Il libro “I complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez ne analizza alcuni aspetti a dir poco inquietanti, tra cui il background della Sicula Brokers, società fondata nel 1979 dallo stesso Schifani, Enrico La Loggia (ex ministro targato Casa della Libertà), Benny D’Agostino (imprenditore, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa), Giuseppe Lombardo (amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, boss della famiglia di Salemi) e soprattutto Nino Mandalà, capomafia di Villabate, una paese in provincia di Palermo la cui Amministrazione Comunale nominò Schifani esperto per le tematiche urbanistiche.

Il Tg1 delle 13.30 ha rimarcato la precedente attività parlamentare di colui che da poche ore occupa la seconda carica dello Stato, sottolineandone soprattutto la decisa attività contro il sistema mafioso (sua, a detta della cronista, la volontà di conservazione del 41 bis).

Nel suo discorso di insediamento a Palazzo Madama (davanti ai raggianti Totò Cuffarò e Marcello Dell’Utri), Schifani ha ricordato il ruolo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Soltanto poche settimane dopo l’avvio del processo di beatificazione per lo stalliere di Arcore, Vittorio Mangano, fomentato dal “suo” premier Silvio Berlusconi.

E’ un paese sempre più rovesciato, il nostro. Incapace di reagire ad una demenza generata da collusioni permanenti, madide di sangue.

 





Un gioco linguistico, tra Libano e Baker

22 04 2008

 

Una collaborazione che nasce innanzitutto da una simpatia musicale ed umana. Da un lato un grandissimo arrangiatore, Giulio Libano, colui che ha scritto un’ampia parte di storia della musica italiana. Dall’altra Paolo Fresu, jazzista di fama internazionale. Con loro l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, per un progetto (“Suono di Jazz: In Memory of Chet Baker”) realizzato con il fondamentale supporto del Marche Jazz Network, una rete che vede affiancate le tre principali realtà musicali delle Marche (regione situata lungo la costa centro orientale della penisola): Ancona Jazz, Fano Jazz e TAM Tutta un’Altra Musica. E’ lo stesso trombettista sardo (che dopo Jesi e Fano si esibirà mercoledì 23 aprile alle ore 21.15 al Teatro dell’Aquila di Fermo / info tel. 0734.284295 – www.marchejazznetwork.it / Biglietti Settore A: euro 20 – Settore B: euro 15 – Settore C: euro 10) ad illustrarne i contenuti.

 

Giulio Libano è uno dei pionieri del jazz italiano. Ci siamo conosciuti in Sardegna e qualche anno fa ho pensato di proporgli una serie di arrangiamenti per orchestra in cui io potessi essere musicista solista insieme al mio quintetto (Tino Tracanna, sax tenore e soprano; Roberto Cipelli, pianoforte; Attilio Zanchi, contrabbasso; Ettore Fioravanti, batteria). Ma in tutti questi anni non siamo mai riusciti a mandare in porto la cosa. Adesso finalmente c’è stata questa opportunità e quindi eccoci qua a realizzare questo progetto a cavallo tra il jazz classico, una sorta di omaggio a Chet Baker da una parte, del quale Libano ha arrangiato un paio di dischi tra i più belli per orchestra, ma direi soprattutto un omaggio allo stesso Libano.

 

E’ la tua prima volta con la Filarmonica Marchigiana.

Si, e tra l’altro ho da sempre una predilezione per gli archi in primo luogo e per le grandi orchestre. La mia idea è che questo è un progetto che non può consumarsi nei tre concerti nelle Marche ma che debba proseguire altrove. La cosa che mi interessa molto è questo gioco quasi storico e linguistico, questa idea che un musicista come me che attraversa linguaggi molto disparati e contemporanei, in qualche modo si possa incontrare con un linguaggio che appartiene a quegli anni. Attraverso Libano e la sua penna mi si permette di farlo concretamente e con un organico piuttosto importante.

 

Un lavoro articolato, che ha richiesto differenti fasi di approccio.

“Il lavoro di scrittura è stato preceduto da un nostro lavoro di incontro, durante il quale abbiamo deciso quali brani eseguire. Siamo partiti dall’idea di fare brani miei, di Libano e una serie di standard che ci piacevano particolarmente e che erano in qualche modo legati al mondo di Chet Baker. Poi Baker ha suonato più o meno tutto e quindi non era difficile. C’è stato poi il portare la scrittura dalla carta – pensa che Libano scrive ancora a matita! – al pc per fare il lavoro dell’Orchestra e adesso c’è naturalmente un lavoro di preparazione insieme alla stessa che è avvenuto nei giorni immediatamente precedenti. E’ un’operazione che ha richiesto e che richiede tempo e volontà.

 

Che fascino esercita un teatro nella presentazione di un progetto di tale profilo?

E’ importante perché i teatri, a parte la tradizione di quelli marchigiani, sono posti belli ed accoglienti. Quando ci si trova in luoghi come questi ci si sente bene e poi in genere c’è un suono bellissimo, fondamentale per un lavoro come il nostro. La qualità sonora deve essere quella giusta e questi sono gli spazi adatti dove poterla realizzare.

 

Sei una delle figure più importanti della musica italiana. Quali stereotipi riscontri nel tuo girovagare per il mondo in riferimento al nostro modo di fare jazz?

Mi sembra che nei confronti del jazz italiano sempre di più ci siano stima e rispetto. E questo è un fatto decisamente importante. C’è sì uno stereotipo, che è poi come gli stranieri tendono a vedere un po’ l’Italia, come cercano sempre di individuarla per luoghi comuni. Ma c’è un’idea del jazzista italiano abbastanza creativo, un po’ divertente, un po’ teatrale. Fuori tendono a vedere il jazz italiano come una musica melodica, solare, alcune volte gigionesca in alcuni progetti, anche se non è così nel mio caso. Non voglio dire se questo sia buono o meno, dico semplicemente che c’è un modo di vedere l’italiano che va per stereotipi. Al di là di tutto questo – che potrebbe essere limitante per il nostro jazz, ma che io invece reputo molto più ricco di come in realtà lo si vede fuori – il dato interessante è che nei nostri confronti c’è un grande rispetto.

 

Attraverso il jazz, come può essere espressa nella maniera più adeguata la nostra mentalità, la nostra cultura?

Molti colleghi non sono d’accordo con la nazionalizzazione del jazz. Sicuramente la nostra musica è riconoscibile, quindi non sbagliano i nostri colleghi d’oltralpe ad identificarci. Perché noi non ce ne rendiamo conto, ma di fatto quando sentiamo i suoni francesi, spagnoli, tedeschi, etc, ci rendiamo conto che siamo diversi. In Spagna c’è un tipo di jazz che si rifà molto al flamenco; nella cultura olandese c’è questo aspetto legato al teatro; in Francia sono un po’ più seriosi. Insomma, direi che il jazz non può non tener conto di quelle che sono le peculiarità di ogni luogo, di ogni cultura, di ogni nazione, di ogni esperienza. Non vedo assolutamente il bisogno di dover nascondere la nostra cifra, che è molto ampia. Non credo ci sia in Europa un jazz più ricco di quello italiano. Non dico migliore o peggiore, ma ricco nel momento in cui ci sono musicisti che si rifanno al be bop, alla musica mediterranea, altri che trattano il repertorio dell’opera. C’è questa ricchezza espressiva del jazz italiano. Da un lato è sbagliato quando gli stranieri identificano l’italiano in una sigla; d’altro canto è vero che questa grande complessità della proposta italiana è quel qualcosa che la caratterizza in un modo preciso rispetto al jazz che viene da fuori. Sono convinto che il jazz abbia una dimensione molto nazionalista: esiste un jazz italiano, molto sfaccettato, come esiste un jazz spagnolo, un jazz francese, un jazz dei paesi dell’Est, etc. Al giorno d’oggi è un fatto positivo, e cioè la necessità in una società che va verso l’uguaglianza di preservare quell’originalità che ogni posto ha, che è legata alla cultura, alla storia. E nello stesso tempo è fondamentale che questa originalità venga messa nel crocevia del mondo. Più specificità ci sono nei vari paesi, più questa cosa diventa una ricchezza espressiva da mettere poi in circolo.

 

L’improvvisazione ne è un tratto distintivo. Come vivi questo aspetto, sia professionalmente che a livello personale?

Io ritengo che il jazz non sia solo improvvisazione. L’aspetto improvvisativo è per me fondamentale, ma sono fortemente convinto della necessità di creare delle architetture che possono essere di varia natura: improvvisative ma anche la creazione di brani che abbiano una forte struttura interna, che hanno delle basi che si muovono attraverso un processo di costruzione formale. Ecco, il jazz è anche questo: costruzione formale. A me piace l’idea di un musicista che trova un equilibrio tra la scrittura, la costruzione della forma e poi naturalmente l’improvvisazione, che resta l’aspetto più empatico. Personalmente sono sì legato alla forma, ma se poi dovessi fare tutti i giorni la stessa cosa non mi sentirei più un musicista di jazz. Anche il rapporto con lo strumento è naturalmente fondamentale, perché le due cose sono in comunione. Lo strumento non è scisso da quello che è il rapporto con l’improvvisazione. Il musicista jazz deve in qualche modo mettere in comunicazione questi due mondi, trovare un equilibrio in parte interiore soprattutto tra quello che è l’aspetto strumentale e quello che è l’aspetto dell’espressione, e quindi parliamo di improvvisazione, di scrittura, di relazione con i propri musicisti, parliamo di interplay. Al di là di tutto, l’aspetto che mi piace di più della musica è quello emozionale, quello più diretto, quello più di pancia piuttosto che di testa. Mi piace trovare un equilibrio tra questi mondi apparentemente diversi tra di loro.

 

Ripartendo da queste tue considerazioni, è possibile insegnare il jazz? E soprattutto, è possibile insegnare a ‘sentirlo’?

Credo sì. Non è possibile insegnarlo nel senso che non è possibile far diventare qualcuno un’artista di jazz, ma è possibile dare degli strumenti affinché si possa apprendere più velocemente e si possa comprendere meglio. Dopodichè essere artisti veri è un qualcosa che non si insegna, è un qualcosa che non si trasmette. Questo concetto di trasmissione ha a che fare con la didattica: frequentare un maestro di un certo tipo che ti trasmette delle cose è un ottimo strumento didattico. Credo che la didattica sia comunque importante. Non tutti ne hanno naturalmente bisogno, soprattutto nel jazz: ci sono persone che potranno studiare tutta la vita e non diventeranno mai dei musicisti comunque, anche con un insegnante straordinario, e ci sono persone che invece essendo molto portate comunque arrivano. Detto ciò, penso che lo strumento didattico possa essere un ottimo compendio per la crescita e per lo sviluppo. Non posso dire che la didattica non serva, ma non posso neanche dire che sia il vero passepartout per arrivare alle cose. Questo credo faccia parte di qualsiasi tecnica, di qualsiasi linguaggio. In particolare nel jazz, essendo un linguaggio estremamente personale e spontaneo, questo concetto è molto più evidente.

 

Sempre di più umorismo ed ironia si impastano nelle atmosfere del jazz.

Penso che sia una delle belle cose della musica. Ognuno di noi ha dentro anime e personalità diverse. La musica si divide in musica buona e in musica cattiva. All’interno ci sono poi mille sfaccettature diverse. La capacità del musicista è proprio quella di descrivere attraverso il suono una sorta di campionario, di arcobaleno di colori e di espressioni, di sonorità, di mood, di stati d’animo completamente diversi. Poi è chiaro che ognuno di noi ha le sue predilezioni. Io ad esempio mi sento un musicista più introverso che estroverso, ma questo non significa che quando mi posso approcciare ad un progetto della Kocani Orkestar, che è la festa pura, questo non mi interessi. Quando faccio la mia musica scelgo alcuni aspetti piuttosto che altri. In ognuno di noi ci sono diversi modi di intendere l’arte, di intendere la musica. Poi alcune volte ne facciamo uscire alcuni più prepotentemente rispetto ad altri, a seconda della nostra personalità.

 

Che orientamento hai nei confronti dell’elettronica e delle nuove tecnologie?

Io la faccio da sempre, uso le macchine elettroniche da venticinque anni, quasi da quando ho iniziato a suonare il jazz. All’inizio avevo comprato alcune macchine per avere un buon suono sul palcoscenico, anche perché mi piaceva molto l’utilizzo della sordina che necessitava di un microfono particolare per ottenere una sonorità che veniva in qualche modo da Miles Davis. Dopodichè, lavorando, ho scoperto che queste macchine potevano fare molto altro, cioè si potevano fare dei doppi suoni, tripli, delle note lunghe, etc. Comunque, uso l’elettronica con molta parsimonia. Credo sia una sorta di protesi dello strumento, e in parte del pensiero. Per cui vedo l’elettronica non come uno strumento separato, ma come un compendio che in qualche modo possa servire ad ampliare il bagaglio espressivo degli strumenti. La vedo sempre come un qualcosa che deve essere dominato dal musicista e che deve servire in alcuni casi semplicemente per ampliare il bagaglio delle possibilità sonore. Creativamente ci sono poi dei momenti nei quali l’elettronica può essere interessante per realizzare delle cose in tempo reale, per scrivere, per inventare delle cose nuove ma sempre generate dal pensiero. Altrimenti è troppo facile mettersi nelle mani dell’elettronica.

 

Quali canzoni custodisce il tuo I-Pod?

Ho l’I-Pod, che non uso mai, e ho un computer con tutto dentro, che uso pochissimo. Non amo molto ascoltare la musica con le cuffie. Utilizzo queste cose per lavoro, tipo se devo tagliare per costruire un disco prendendo pezzi da un parte all’altra, allora utilizzo il pc con dei programmi musicali. Diciamo che se ho un momento di svago non mi metto con l’I-Pod a sentire musica. Non amo molto questa dimensione, soprattutto in viaggio. Preferisco sentire la musica a casa.

 

Da quali ascolti musicali è modellata la tua giornata tipo?

Tutto quello che mi capita. E naturalmente ascolto molto per lavoro, perché mi mandano moltissime cose, in parte perché dirigo un festival e dei seminari. In modo molto ligio ascolto tutto – sono uno dei pochi! – e poi scrivo a tutti gli allievi una piccola parola perché mi piace questa idea del confronto, serve anche a me per imparare delle cose, per conoscere persone nuove, per sentire, per tenermi informato, per comprendere progetti che magari mi possono interessare. Altrimenti, se devo mettere i miei dischi preferiti a casa, devo dire che alla fine ascolto sempre le stesse cose: dalle variazioni di Bach, passando per Maria Bethânia, alcune cose della ECM, i vecchi dischi di Davis o di Coltrane, cose molto diverse ma che non necessariamente hanno a che fare con l’attualità. Poi è chiaro che se compro un disco particolare perché mi incuriosisce lo ascolto. Come ascolto anche musica barocca: Monteverdi, Passen, Eden. Questo è l’ascolto per piacere personale. C’è poi quello per lavoro, dove ci sta di ascoltare anche quello che non vuoi sentire ma sai che è importante farlo.

 

E tuo figlio cosa ascolta?

Andrea ha 3 mesi. Il giorno che l’ho portato via dall’ospedale gli ho fatto ascoltare Alina di Arvo Part, che è una cosa che sentiva molto quando era in pancia. E poi ha ascoltato di tutto, compresi tre miei concerti da quando è nato: la prima volta un concerto per tromba ed organo che ho fatto in una chiesa insieme a Claudio Astronio, ha sentito il progetto su Leo Ferrè con Gianmaria Testa e l’altra sera la Kocani… credo che lì sia rimasto un po’ sconvolto dai volumi del suono, però l’ho visto anche ridere. Credo che dopo questo tutto il resto sia passabile… anche Jimi Hendrix!

 

Il jazz suscita nell’immaginario collettivo un interesse particolare, forse alimentato dalle numerose leggende che vedono protagoniste le icone di questo genere musicale. Come lo stesso Chet Baker. Si narra ad esempio che il jazz in Italia sia stato portato dal trombettista statunitense.

In Italia il jazz in Italia è arrivato attraverso i dischi americani, però certamente Chet da questo punto di vista ha avuto un’importanza particolare perché era molto amato. Quando combinava i suoi casini, come quando è finito in galera per l’utilizzo di droghe, se ne è molto parlato sui giornali, sui rotocalchi. Era un musicista che è riuscito a superare la nicchia di popolarità del jazz. Insomma, è stato uno di quelli che ha contribuito a far amare il jazz in Italia. Non l’ha portato lui ma ha dato un contributo importante perché era una figura carismatica, un po’ leggendaria, un po’ cinematografica, con questo volto alla James Dean e questa vita così rocambolesca.

 





Falsi censori

21 04 2008

 

Dalla Comunità di Capodarco ricevo e pubblico questo intervento di don Vinicio Albanesi sull’episodio di violenza sessuale avvenuto sabato scorso alla periferia di Roma e le successive polemiche sul tema della sicurezza e dell’immigrazione.

 

Lo stupro che ha subito la ragazza del Lesotho alla periferia di Roma è particolarmente impressionante per molti motivi: per il luogo deserto e buio, alla periferia di Roma, perché a subirlo è stata una donna indifesa, come la signora Reggiani, uccisa qualche mese fa in circostanze simili, perché il delitto è stato commesso da un rumeno clandestino.

Nel ballottaggio per il Sindaco di Roma, appena concluse le votazioni politiche, questo crimine assume il valore simbolico della “sicurezza” delle nostre città.

Da qui le invocazioni alla “tolleranza zero”, a misure severe, a riempire di nuovo le carceri, contro ogni buonismo e sopportazione, come ha dichiarato qualche esponente politico.

Fuori dalle emozioni, il crimine de “La Storta” a Roma spinge a riflessioni serie.

L’episodio fa emergere tre grandi ambiguità: la prima sulla violenza sessuale, la seconda sull’immigrazione clandestina, la terza sulla certezza della pena.

Ambiguità con le quali la nostra cultura (e la nostra politica) convivono tranquillamente.

Di fronte ai clamori per la ragazza aggredita e violentata, nessun allarme per il 69% degli stupri che avvengono tra le mura domestiche. Un dato tenuto nascosto perché farebbe scoprire la violenza dei maschi prima italiani e poi stranieri. Forse anche nel nostro civilissimo paese andrebbe attivata la cultura del rispetto e della pari dignità. I delitti eccellenti di Chiavenna, di Garlasco, di Erba, di Perugia non avevano origine clandestina, né sono stati commessi in periferie urbane degradate.

La seconda ambiguità riguarda l’immigrazione clandestina. La nostra politica accetta tranquillamente la clandestinità quando è utile (badanti, lavoratori in edilizia, in agricoltura, nel settore alberghiero, in quello marittimo) perché fa risparmiare; invoca leggi severe quando è delinquenziale. Sarebbe utile sapere qual è la linea scelta, senza ammiccamenti e tolleranze, determinate da convenienze.

Infine la certezza della pena. Nel nostro paese non c’è certezza della legge, figurarsi della pena. Il garantismo contro cui, in circostanze delittuose, molti si scagliano è servito a molti cittadini, anche “eccellenti”, a non subire condanne; fa parte del nostro bagaglio giuridico la prescrizione, ultima spiaggia per non subire condanne. Che in questo pressappochismo voluto abbia buon gioco la delinquenza non è di difficile immaginazione. Ma l’incertezza della pena non è stata inventata per stranieri, ma per italiani.

Il livello di rispetto della convivenza nel nostro paese è basso: rafforzarlo significa diventare più coerenti, senza appelli roboanti e falsamente moralistici perché inversamente proporzionali a garantire sicurezza.

Fuor di luogo dunque sono le promesse di giro di vite e gli appelli apocalittici. La cultura della legalità è una cosa seria: vale per tutti e sempre. Sono necessarie politiche di integrazione, di rispetto e di efficienza. Vere e non annunciate; sostenute con risorse e non da invocazioni; equilibrate e non discriminanti.

 

don Vinicio Albanesi – Comunità di Capodarco





L’agenda rossa di Paolo Borsellino

4 04 2008

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Preso atto della sentenza che proscioglie il tenente colonnello Giovanni Arcangioli dall’accusa di furto aggravato dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e in attesa di conoscerne le motivazioni e i conseguenti provvedimenti della procura chiediamo che il suddetto militare rassegni le proprie dimissioni dall’Arma dei Carabinieri. 

Presumendo infatti che il giudice abbia ragione sull’estraneità dei fatti dell’allora capitano dei carabinieri non resta che dedurre che egli sia un incompetente e per questo motivo inadatto al prestigioso incarico che ricopre. 

E’ infatti inconcepibile che un militare di alto rango, addestrato per far fronte alle situazioni più critiche si trovi sul luogo di una delle stragi più cruente della storia della nostra Repubblica e riferisca all’autorità giudiziaria solo pochi e confusi ricordi tirando in causa altri esponenti dello Stato con dichiarazioni imprecise e contraddittorie. 

Come minimo, un militare della sua esperienza e con il suo curriculum, fosse stato in servizio o meno, avrebbe dovuto redigere un rapporto puntuale e meticoloso su tutto quanto visto e sentito in quei tragici momenti, proprio in virtù della sua competenza e ruolo. 

Al contrario il tenente colonnello Arcangioli dichiara di non ricordare cosa accadde in quei momenti, cosa fece esattamente con la valigia del dottor Borsellino, se la consegnò e a quale magistrato, se la aprì o meno, se l’agenda rossa all’interno c’era o no….  

Il suo comportamento non è degno di un servitore dell’Arma, per la quale ha dichiarato sarebbe pronto a dare la vita, ma quello di un qualunque civile spaventato e disorientato che in caso di emergenza non ha la più pallida idea di come reagire e tanto meno di come procedere. 

Per questo chiediamo a gran voce che si dimetta, per manifesta incompetenza e scarsa professionalità, rendendo così davvero onore all’Arma e a tutti coloro che, al contrario, la servono con serietà e disciplina anche al costo della propria vita. 

Può essere anche vero che il tenente colonnello non abbia nulla a che fare con la sparizione dell’agenda rossa del dottor Borsellino, ma non è accettabile che di fronte alla magistratura, ad un altro organo dello Stato cioè, che lo sta processando per diradare i sospetti che egli stesso ha attirato su di sé, dichiari di non ricordare. Non è accettabile! 

Se invece si considera un Servitore dello Stato operativo e nel pieno delle sue funzioni e capacità, che allora il tenente colonnello Arcangioli dica la verità. 

Giorgio Bongiovanni (Direttore responsabile di ANTIMAFIADuemila)

e tutta la Redazione 

Per inciso. La mia opinione personale, strettamente personale, è che il tenente colonnello Arcangioli sapeva perfettamente cosa stava facendo quando ha sottratto la borsa del dottor Borsellino dalla sua auto ancora fumante e che non stia dicendo tutto quanto è a sua conoscenza su quei tremendi momenti dopo la deflagrazione e tanto meno sulla scomparsa dell’agenda rossa. (Giorgio Bongiovanni)





Nuovo ventennio

2 04 2008

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Tra gli aspetti più stravaganti della campagna elettorale in corso, c’è la persistenza dell’elettorato di quello che, fino allo scorso novembre, eravamo soliti etichettare come Centrodestra. Un’irremovibilità a tratti agghiacciante, protesa all’autoconservazione di una coalizione che sin dalla sua genesi (1994) si muove – specularmente al defunto Centrosinistra – nel nostrano panorama istituzionale con un’agilità a dir poco pachidermica.

Quindici anni senza mai rinnovarsi. Quindici anni senza riuscire a liberarsi di un autentico spettro: l’interesse. L’ardimentosa difesa di Silvio Berlusconi soprattutto dal versante Alleanza Nazionale (nonostante il corto circuito post Piazza San Babila) ispira allegorie a getto continuo.

Perché il personaggio – Mr. 139.245.570 euro di reddito imponibile (dati 2006) – era e resta impresentabile, sul versante interno e su quello internazionale. La sua glorificata capacità di vendere quello che non c’è, vale a dire un nuovo partito o una cordata pro Alitalia, non trova resistenze. Soprattutto in quegli organi di informazione proni senza distinguo alle ricorrenti menzogne dell’ex-quasi-premier.

 

E l’attacco al Colle (inteso come inquilino del Quirinale) è soltanto l’ultimo segnale di una totale incapacità di rappresentanza istituzionale. Le palpitazioni aumentano al pensiero che tra cinque anni, alla scadenza del mandato di Napolitano, una destra (cioè l’attuale configurazione del Pdl) riconfermata al Governo del Paese sosterrebbe in maniera compatta una candidatura Berlusconi.

L’ignobile chiusura di un nuovo ventennio.