PERCHÉ (E COME) CAMBIARE IL NOSTRO MODELLO DI SVILUPPO

Maurizio Di Cosmo è dal giugno 2010 il Segretario Generale della CGIL della Provincia di Fermo, subentrato ad Alessandro Pertoldi, nominato Segretario Generale regionale della Funzione Pubblica CGIL Marche. Formazioni diverse, le loro, ma la stessa tenace attenzione per il territorio e per i suoi cittadini. A partire da elementi cardine come lavoro, diritti e sostenibilità ambientale.

Quale condizione vive l’economia del territorio fermano?

“A distanza di 50 anni dalla ‘svolta industriale’ il Fermano è di nuovo dentro una crisi e alle prese con una nuova transizione che, se non governata e orientata, determinerà un effettivo riposizionamento in basso dei livelli socio-economici ed un arretramento del tenore di vita.

Il carattere della fase di transizione è dominato da una crisi strutturale economico-produttiva, evidenziata da quella più generale apertasi nel 2008 e che, ad oggi, non mostra alcuna prospettiva di risoluzione.

Gli stessi dati contraddittori della prima parte del 2010, in termini occupazionali e di stato di crisi aziendali, che registrano qualche segno positivo, non devono trarre in inganno: la realtà segnala evidentemente la chiusura di un ciclo, la fine di un modello di sviluppo tutto poggiato sulla abbondanza di manodopera a basso costo e flessibile, su una forte propensione alla piccola imprenditorialità e su una salda coesione sociale strutturata nel consenso sociale e nella responsabilità sociale dell’impresa.

Questo modello di sviluppo travolto dalla globalizzazione e dalla crisi del sistema capitalistico-finanziario sta lasciando profonde cicatrici nel tessuto sociale ed ambientale della nostra provincia, dove stanno crescendo le disuguaglianze e si mostrano nuove povertà e, non ha affatto risolto il grado di arretratezza economica ancora misurabile attraverso il PIL pro-capite (20.487 euro, il più basso tra le province delle Marche: -7% sotto la media nazionale; -15% rispetto alla provincia di Ancona, 23.671 euro). Analogo discorso riguarda il valore aggiunto provinciale pari a 3.500 milioni di euro, il più basso delle Marche e 1/3 di quello di Ancona (11.000 milioni).

Da non trascurare è il fenomeno legato alle pressioni ambientali, all’incontrollato consumo di suolo, al deterioramento della vivibilità dei centri storici, agli squilibri territoriali amplificati soprattutto tra costa e montagna.

Ineludibile l’apertura di un confronto tra tutti gli attori sociali ed economici che, partendo dalla verifica dell’esistenza di un’analisi condivisa, riesca a determinare scelte che diano una nuova prospettiva di sviluppo al nostro territorio.”

 

Per avere un quadro effettivo della situazione occupazionale, credo sia fondamentale riflettere anche su cifre e report.

“La provincia di Fermo ha una popolazione di circa 170.000 persone (Istat 2005); il tasso di occupazione (15-64 anni) è al 62% (obiettivo UE 70%); al 16% oltre i 55 anni.

L’età media è di 43,5 anni; gli over 65 risultano sopra il 3% della media nazionale.

La disoccupazione è al 12,7% era al 10,4% nel 2006; quella femminile è il 60%: il 33% è di lunga durata: preoccupante perché è quella che genera alienazione, devianza, disaffezione, scoraggiamento.

L’arretratezza del sistema produttivo e dei servizi genera una domanda di manodopera di bassa qualità e determina un tasso di istruzione e formazione storicamente adattato; mancano all’appello migliaia di laureati e diplomati; il sistema di formazione professionale è inadeguato.”

Lo stallo all’interno di Confindustria ha avuto ripercussioni significative nei vostri rapporti?

“La vicenda Confindustriale ha rallentato un confronto ed una trattativa sui temi dello sviluppo e della contrattazione iniziata l’anno scorso. Abbiamo ripreso i lavori da un mese ma, per arrivare a qualche conclusione, bisognerà attendere la definizione degli organismi elettivi e del nuovo presidente. Tuttavia, le premesse sostanziate da una analisi condivisa sullo stato dell’economia fermana, lasciano ben sperare sul raggiungimento di un’intesa. C’è da aggiungere che le ultime esternazioni della Marcegaglia riflettono fedelmente le condizioni dell’imprenditoria locale.”

La vostra posizione rispetto alle altre organizzazioni sindacali?

“Sostanzialmente dalle altre OO.SS. ci divide la concezione del ruolo del sindacato nell’attuale e futura società italiana. CISL e UIL hanno scelto di non puntare più sulla rappresentanza sociale, privilegiando il ruolo di ‘servizi’; tant’è che l’appiattimento politico al governo di centrodestra si giustifica con provvedimenti che prevedono l’ingresso del sindacato nella gestione della formazione, mercato del lavoro, ecc. e su questa via troveranno sicuramente dei benefici economici.

La CGIL, invece, continua a pensare che il ruolo della rappresentanza sociale del sindacato sia strategico per l’evoluzione democratica e per il progresso complessivo del Paese. La cartina tornale è data dagli avvenimenti e dai processi economico-sociali che si sono realizzati negli ultimi anni a partire dall’attacco ai diritti dei lavoratori, dalla ineguale distribuzione della ricchezza, ecc.; ciò è andato di pari passo con l’involuzione economica, civile e politica dell’Italia. Per questo la CGIL continua la mobilitazione con lo Sciopero Generale del prossimo 6 maggio.”

E’ in atto un tentativo di disgregazione delle conquiste culturali e sociali che hanno caratterizzato la storia di questo Paese. Attraverso quali strumenti è possibile risvegliare su questo fronte l’attenzione dei lavoratori, degli studenti e, soprattutto, dei vari rappresentanti istituzionali?

“Tante nostre iniziative hanno e stanno coinvolgendo il mondo della cultura, il mondo giovanile, il movimento delle donne. Il mondo politico risulta distante dalle istanza dei lavoratori e dei soggetti suddetti. Per parte nostra prospettiamo  proposte che mirano a porre fine al precariato, all’ingiustizia fiscale, al rilancio del tema lavoro, alla liberazione delle donne, alla valorizzazione del welfare universale, alla tutela dei beni pubblici, all’ambiente, ecc.

Quello che maggiormente ci preoccupa è la negazione del presente e del futuro per i giovani: lavoro e previdenza sono oggi negati dal tipo di sviluppo e dal governo politico del Paese. Certo, la crisi è figlia del “finanzcapitalismo”, bisogna ragionare in grande! Tuttavia le Istituzioni anche locali possono e devono fare molto; la nostra iniziativa nazionale si pone questo scopo. Le iniziative nel territorio, a partire dalla contrattazione sociale-territoriale, si muovono nella medesima logica, rivendicando alle Istituzioni scelte per tutelare le persone più deboli, per determinare più giustizia sociale, per promuovere diritti di cittadinanza per tutti, anche per cittadini immigrati.”

Di recente la CGIL si è anche fatta promotrice della costituzione di un Coordinamento provinciale per la Tutela del Paesaggio tra associazioni e realtà operanti nel territorio fermano, arrivando alla stesura di un documento programmatico. Quanto lo stesso paesaggio può risultare elemento cruciale per consolidare un’idea di sviluppo diametricalmente opposta a quella attuale?

“La cornice delle nostre proposte è la ricerca di un nuovo modello di sviluppo e, se vogliamo, di un nuovo umanesimo. Serve un nuovo rapporto dell’uomo con l’ambiente e le risorse naturali. Per il sindacato c’è l’elaborazione ormai matura che il conflitto ambiente-lavoro, posto sempre strumentalmente da chi era ed è interessato a mantenerlo, è superato. Se ci pensiamo bene,  gli ambientalisti antelitteram sono quei lavoratori che già dal varo della rivoluzione industriale hanno rivendicato la sicurezza e la salubrità dell’ambiente di lavoro, il diritto di vivere in case e luoghi migliori di quelli a cui venivano costretti. Insomma, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è andato di pari passo con lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali. Oggi, per cambiare il modello di sviluppo bisogna far evolvere anche la nostra rivendicazione che deve riguardare certamente la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, la valorizzazione del lavoro, insieme al diritto di vivere in contesti caratterizzati dalla qualità, puntando proprio sulla qualità della vita. Ora, un ambiente, una città, un paesaggio deturpato precludono ciò; anzi, l’assalto edilizio, il consumo selvaggio di suolo includono la perdita della socialità e la permeabilità del contesto alla alienazione, alle devianze, alla criminalità.

Da non trascurare sono anche le opportunità economiche che la tutela dell’ambiente, del paesaggio, dei beni culturali, l’attività di recupero e ripristino ambientale, le bonifiche, le attività forestali e la tutela delle acque, il rilancio dell’agricoltura ci possono dare in termini di nuova e qualificata occupazione, in termini di valorizzazione dell’attrattività del territorio e quindi, del turismo e del brand che si lega ai prodotti manufatti.

Infine, la tutela del paesaggio include anche la valorizzazione della comunità che lo presenzia, della sua cultura, della sua storia, del capitale umano posseduto. Questi sono tutti fattori che non possono essere disconosciuti se l’obiettivo generale è quello di uscire dalla crisi con un Paese, un territorio cambiato in meglio e che guarda al futuro. Penso che questi ed altri temi potranno sicuramente far leva sulla sensibilità delle giovani generazioni: è loro compito, noi possiamo dare una mano, promuovere questo cambiamento.”

http://andreabraconi.wordpress.com

About andreabraconi

giornalista pubblicista

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