L’ITALIA, PUNTO E A CAPO

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Un progetto sull’Italia nell’anno del 150° anniversario dell’Unità. Nato in macchina… tra Porto San Giorgio e Fermo. Una riflessione di ritorno dal mare per Giovanni Marrozzini, con quella stanchezza legata ad una professione che ti porta troppo spesso a vivere fuori dal tuo Paese e lontano dagli affetti.

Dal 17 marzo 2011 al 31 marzo 2012 “ITAca – storie d’Italia” è stato un viaggio, un sito web (www.itaca.me) e, ora, una mostra, che verrà inaugurata sabato 16 giugno presso il Centro Italiano della fotografia d’autore a Bibbiena, in provincia di Arezzo.

“Dopo 8 anni di vita tra aeroporti e situazioni borderline – racconta Giovanni – cresceva sempre la voglia di raccontare l’Italia e di fare un lavoro qui. E l’occasione era propizia proprio per il 2011, l’anno del 150°. Così ho scritto un progetto che fa seguito ad un altro lavoro, ‘Hotel Argentina’, perché nasceva sempre con l’intenzione di far viaggiare sullo stesso binario letteratura e fotografia. ‘Hotel Argentina’ è un’insieme di microstorie, in ogni stanza c’è qualcosa da raccontare e da fruire. Tu però non sai se troverai un racconto fotografico o uno scritto. E’ un work in progress che concluderò nel 2016 e per il quale mi avvarrò della collaborazione di uno scrittore.

Quindi, tornando ad ‘ITAca’, volevo testare questo tipo di sperimentazione anche sull’Italia. Il progetto prevedeva la partenza con un camper, che mi avrebbe permesso di ammortizzare o quanto meno limitare le spese, viaggiando in tutte le regioni della Penisola. Avevo la possibilità di avere con me scrittori quotati, ma poi ho conosciuto questo ragazzo, Matteo Fulimeni, di 24 anni, e ho pensato che fosse l’occasione giusta per scommettere su un giovane. Quindi, dopo aver letto delle cose che scriveva, gli ho chiesto se gli andava di fare questo viaggio insieme.”

Un giro non soltanto nei luoghi ma soprattutto tra le storie che caratterizzano questa Nazione e ne tracciano contorni ben definiti.

“Una cosa importante è che il progetto è autosostenuto: ogni fine settimana, infatti, tenevo un workshop nelle sedi dei vari circoli fotografici sparsi in tutta Italia e questo ha permesso di pagare le spese. Un grazie per la collaborazione va alla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche), che ha reso possibili logisticamente le 37 tappe dei workshop presso i circoli associati, oltre che alla Provincia di Fermo per il patrocinio e allo sponsor Fujifilm per il sostegno.

Quanto alle particolarità, stanno proprio nel caso: così tutti gli incontri, i luoghi che andavo a fotografare, tranne quelli prestabiliti. Le persone che ho incontrato non le ho chiamate prima, gli unici contatti che ho avuto per effettuare dei lavori con largo anticipo sono stati quelli realizzati  in collaborazione  con Redattore Sociale, uno in Liguria ed uno in Piemonte, sotto la giurisdizione, diciamo così, della Comunità di San Benedetto al Porto, per intenderci Don Andrea Gallo.

Gli altri lavori, come detto, sono frutto del caso: mi fermavo, conoscevo delle persone, poi altre, andavo e lì veniva fuori qualcosa di magico in una sorta di empatia tra me, il paesaggio e le persone. Tutto questo è diventato lo stimolo per raccontare una storia, sia per me che per Fulimeni”.

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E alla fine di questo viaggio che Italia raccontate, nelle foto come nei testi?

“I punti di vista sono diversi. Raccontiamo cose diverse. Dalla mia prospettiva si tratta di un punto e a capo: non viene fuori un’Italia briosa, dinamica, con una voglia di riscattarsi.

L’ho vista piuttosto poggiata su allori che si sono un po’ seccati. Un’Italia un po’ decadente, un po’ paurosa. Laddove ho percepito la speranza nelle storie che mi raccontavano, era a volte più indotta dall’incoscienza che da una vera consapevolezza della realtà che queste persone stavano vivendo. Sicuramente sarà un punto e a capo, si arriverà al livello più basso, se non lo abbiamo già toccato. Diciamo che non è un lavoro buonista, assolutamente no”.

Una curiosità: l’immagine della copertina ha un impatto enorme, quasi devastante.

“Quella foto nasce durante un lavoro realizzato a Sassoferrato. Ero dentro un ospizio e stavo fotografando due signore: una di 104 anni e sua figlia di 85, ricoverate all’interno della stessa struttura. Ad un certo punto, non sapevo più se fare foto a colori o in bianco e nero e stavo parlando nella stanza ad alta voce. Sento una signora che fa: “Devi farla a colori!”. Mi giro e le chiedo: “Signora, lei come si chiama?”. E lei mi risponde: “Non fossi mai nata!”. Poi le faccio un’intervista e le chiedo se posso fotografarla. Lei accetta. La fotografo e, dopo aver realizzato lo scatto, mi accorgo che lo sfondo del muro della sua camera era verde e bianco, mentre lei era vestita di rosso. Diciamo che per me quell’immagine ha rappresentato il voler farsi belli a tutti i costi che caratterizza il nostro Paese. Parafrasando Gianni Boncompagni, l’Italia di oggi è il Paraguay vestito Armani! Però Maria Antonietta, così si chiama, è stata molto contenta della foto. La liberatoria gliel’ho fatta firmare dopo averle mostrato lo scatto. Certo, quando ho scelto la copertina ho avuto molti pareri contrari, ma poi quell’immagine è stata scelta comunque… hanno rispettato il mio lavoro e la mia motivazione.”

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E così è diventata la “tua” Italia…

“Diciamo che, metaforicamente parlando, racchiude in sé quel punto a capo.”

Parliamo del volume.

“Questo è un libro fotografico, che non ha alcun testo critico o prefazione. C’è soltanto un epigrafe, che sono le prime 15 righe di un libro meraviglioso di Julio Cortàzar, Rayuela (Il gioco del mondo)”. All’interno ci sono 132 racconti, 91 fotografici e 41 scritti. Salvo che in due passaggi, non ho mai fotografato quello che Matteo racconta.”

Due lavori, quindi, che vanno in parallelo.

“Sì, non si intersecano mai e credo sia una delle prime sperimentazioni in questo senso.

Ci sono stati altri esempi, come Crocenzi e Vittorini in “Conversazioni in Sicilia”, dove però il fotografo subiva lo scrittore e, quindi, nella narrazione uno dei due moriva. Invece, in questo caso, avevamo la stessa direzione ma raccontavamo cose diverse.”

La vostra pubblicazione caratterizza ulteriormente il lavoro fatto in questo lungo viaggio e potrebbe diventare una traccia importante di questo 150°.

“Questo non lo so. Ho avuto la fortuna e la sfortuna di fare il fotografo. La sfortuna di aver iniziato a 33 anni e di non capire nulla di fotografia. Quindi a 40 anni uno è disilluso. La prerogativa di tutto il mio lavoro in questi 8 anni, che sia stato un reportage umanitario oppure di narrazione come quest’ultimo lavoro, è frutto soltanto della mia passione e della voglia di raccontare in quel modo e basta. Non sono sceso a compromessi con photo editor e agenzie. E’ più un lavoro sentito, che non ha nulla di commerciale e che non credo possa essere preso come riferimento per constatare quello che era l’Italia nel 2011. Quella è la nostra Italia, quella mia e di Matteo. Poi se uno si rivede o rivede il Paese in quei racconti allora abbiamo qualcosa in comune. Diversamente, non abbiamo la presunzione di voler identificare l’Italia con questo lavoro.”

Sui prossimi progetti hai già accennato qualcosa all’inizio. Ma ti piacerebbe, magari in altre forme, tornare a raccontare questo Paese? Quel “punto e a capo” può lasciar supporre che possa anche esserci un seguito.

“Un giorno, forse, smetterò di essere interessato a cose diverse. Sul fatto che continuerò a fare il fotografo ho tanti punti interrogativi, perché mi sono anche un po’ consumato.

Purtroppo e per fortuna devo fare i conti con la famiglia, avendo due bambini piccoli. Pensa che a gennaio 2011 sono partito per il Paraguay, sono tornato il 15 marzo, il 17 sono partito con il camper e mi sono fermato l’anno dopo. In questi 18 mesi a casa sono stato solo 106 giorni. Non ho bisogno di riconoscimenti, l’unica cosa che vorrei è essere riconosciuto e riconoscermi, prima io e poi dai miei figli, che possano vedere in me il padre che sono. Quindi, per forza di cose devo trovare dei compromessi.

Progetti futuri? L’unico che mi piacerebbe proseguire, iniziato del 2005, è proprio ‘Hotel Argentina’: ho 180 rulli sviluppati che non ho mai visto, con 5.000 scatti che mi attendono. Poi devo fare i conti con il portafogli e con le possibilità che la fotografia mi da per poter vivere.”

A microfono spento ci raccontiamo dei nostri figli, delle loro reazioni alle assenze e alle presenze. Delle nostre passioni e di quelle paure che ci accompagnano. Di storie che un giorno, forse, racconteremo a qualche nipote. Pensando a quello che eravamo. E a quello che era questo nostro Paese mentre si costringeva a festeggiare la sua Unità.

http://www.itaca.me

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